Lo spirito contro il Cremlino – Alcuni libri che parlano della religiosità della cultura russa

Un filone di pensiero profondamente sentito dal popolo sovietico

di ARRIGO BONGIORNO

I russi sono fatti così: con Dio o contro Dio, ma mai senza Dio. E anche coloro i quali si sono formati nell’ambito culturale del marxismo, sprofondatisi negli abissi della ricerca scavano – se sono coraggiosi – fino a sbucare fuori dal lato opposto, riscoprendo la dimensione spirituale dell’esistenza.

Che cos’è la cultura del dissenso se non la prova dell’unicità quasi paradossale della rivoluzione bolscevica la quale, proclamando il dogma del determinismo economico e negando significato alle libertà spirituali, si è affermata invece per la volontà e l’entusiasmo di milioni di uomini bisognosi di una fede, quindi mediante valori, seppure deviati, tutt’altro che materialistici?

Questa dicotomia tende a risolversi – grazie a nuovi eroismi – con la riscoperta del primato dello spirito, con un lavoro da talpe tutt’altro che cieche, le quali sono più numerose e più laboriose di quanto lasci credere il pur cospicuo drappello di intellettuali esiliati o incarcerati.

In un romanzo poco conosciuto di Ilja Erenburg c’è un personaggio, un professore, che dice a un suo allievo: «Durante la prima guerra mondiale i tedeschi trasformarono in orti tutti i loro giardini, ma non per questo la rosa è diventata una patata». La parabola vale per tutti gli uomini «amministrati» da poteri che pensano ad essi come a dei produttori-consumatori e a nient’altro, reprimendo o sottovalutando le loro esigenze spirituali. Una buona metà essenziale della loro esistenza è quindi costretta a operare disorganicamente, ma, per varie vie, destinata ad approdare – dopo lunghi, interminabili viaggi sotterranei – su territori illuminati dalla cultura di tanti profeti.

I segni dell’irriducibilità spirituale russa non sono infatti soltanto successivi all’affermarsi del potere sovietico, ma anche precedenti e contemporanei alla rivoluzione. «La mentalità russa – osserva Ivan Kologriov, eminente studioso della Chiesa ortodossa e della cultura rinascimentale del grande continente storico erede di Bisanzio – è contraria al concetto di civilizzazione borghese, è cosciente di non avere quaggiù nessuna dimora permanente». Ne deriva una specie di nomadismo spirituale, di ricerca senza soste, i cui moderni e geniali testimoni sono stati Gogol, Tolstoj, Dostoevskij, Leontev, Soloviev, tutti peregrinanti cercatori di verità.

«L’amore della peregrinazione si oppone a tutto ciò che è borghese nel senso morale della parola», e il materialismo, sia pure nella versione dialettica del marxismo, è pensiero di derivazione borghese, illuministica, la cui applicazione politica lo ha degradato al più banale livello positivistico, con gli esiti drammatici che tutti conosciamo.

Il merito di riproporre i temi della crisi che scuote come un sisma le strutture ideologiche di un sistema che ha scisso l’uomo, scartandone la parte migliore, spetta ad alcuni involontari profeti, che per l’iniziativa delle editrici Jaca Book e Casa di Matriona, vengono tradotti e offerti anche al lettore italiano.

Un’opera di straordinaria attualità è «Il senso della storia» (Jaca Book, L. 4000) di Nikolaj Berdjaev; si tratta di un’opera che il filosofo, già marxista, nel 1923 pubblica a dimostrazione che i meccanismi che determinano la storia sono di natura metafisica. «Il tempo» afferma Berdjaev «non contiene l’eternità e tuttavia questa entra nel tempo che sfocia nell’eternità». L’eternità, quindi, interna-esterna alla vita permea di sé anche le più umili cose, dando all’esistenza significati anti-utilitaristici.

La spiritualità russa trova nella straordinaria opera del citato Kologrilov «Santi russi», L. 5000, La Casa di Matriona, il più ampio profilo di una cultura che non ha mai smesso di operare nell’Unione Sovietica, e la cui lettura illumina le ragioni della diversità tra il destino culturale e ideologico dell’Occidente rispetto a quello orientale, la cui ecumenicità è ostacolata solo da elementi esteriori, superabili.

Ma un’opera come «Contemplazione del colore» di Evgenij Trubeckoj, tradotta da Piero Cazzola e curata da Sergio Rapetti (prefazione di Giuseppe Valentini), L. 4000, La Casa di Matriona, ci rivela, anche visivamente, la qualità del cristianesimo russo tradotto in quell’arte unica e misteriosa che è la pittura delle icone. Trubeckoj, nato nel secolo scorso e morto dopo il trionfo della rivoluzione d’ottobre, era partito anch’egli da posizioni ateistiche per pervenire a una concezione religiosa del mondo, tributario nel suo pensiero del grande Soloviev; la conversione avvenne quando Trubeckoj decise di dedicarsi allo studio di quell’arte-preghiera che per secoli riempì l’impero russo per merito di artisti monaci vaganti, uno dei più grandi dei quali fu Andrej Rublev.

I tre saggi che formano questo libro, corredato da stupende riproduzioni iconografiche e architettoniche a colori, sono segnati da un’ispirazione sconfinante nella poesia. È uno dei casi in cui la capacità di analisi storica ed estetica si sposa intimamente con la partecipazione spirituale del ricercatore, diventando racconto di secoli e destini turbati dal terrore di invasioni barbariche e salvati dalla fede.

Nei saggi di Trubeckoji, osserva Valentini «c’è più che non una scienza, più che un’arte letteraria; assai più che una poesia. Non ci sembra illecito dire che c’è una grazia».

Arrigo Bongiorno, «Lo spirito contro il Cremlino. Alcuni libri che parlano della religiosità della cultura russa», in “Avvenire”, martedì 14 febbraio 1078, p. 8.

Foto: Il Cremlino, la Piazza Rossa e la Cattedrale di San Basilio al crepuscolo / it.wikipedia.org

Notaio arrestato a Termini Imerese – Accusato di circonvenzione di incapace

È il secondo caso in pochi giorni nel Palermitano

PALERMO. Il notaio Francesco Candioto, di 56 anni, è stato arrestato nella sua città, Termini Imerese a 25 chilometri da Palermo. È accusato di circonvenzione di incapace per aver redatto un atto di donazione da parte di una persona non in pieno possesso delle sue facoltà. Si tratta della donazione di una proprietà ad un muratore, Salvatore D’Amore, di 50 anni, pure arrestato.

Su mandato di arresto firmato dal pretore di Polizzi, altro paese del Palermitano, sono stati pure rinchiusi nel carcere giudiziario di Termini Imerese il dott. Salvatore Mosca, collaboratore del Candioto, e la moglie del D’Amore, Vincenza Scarpa.

La donazione fu effettuata da uno zio del muratore, l’ottuagenario Giuseppe Albanese, che a Polizzi un po’ tutti considerano non in perfette facoltà mentali a causa dell’arteriosclerosi.

Le indagini sono state concentrate sul notaio Candioto perché in precedenza i due notai che agiscono a Polizzi si erano rifiutati di redigere l’atto appunto in considerazione della precaria salute dello zio di Salvatore D’Amore.

Sindaco di Termini Imerese oltre dieci anni fa, esponente della DC locale, il notaio Candioto è persona in vista nella provincia di Palermo e nel capoluogo. Già una volta, nel 1969, era stato arrestato – e scarcerato poco dopo – per licenze edilizie rilasciate nel periodo nel quale era stato sindaco.

Candioto è il secondo notaio che nel giro di pochi giorni viene arrestato nel Palermitano. Infatti una settimana fa, in città, i carabinieri scortarono all’Ucciardone il notaio Giuseppe Polizzi di 68 armi. Stessa sorte ebbero il costruttore Giovanni Pilo, schedato in questura come mafioso, Antonio Carrara amministratore dell’impresa edile Filo e Giuseppe Fonti, 54 anni, collaboratore nello studio notarile tra i maggiori del capoluogo siciliano.

I due casi sono simili. Infatti, contro il notaio Polizzi e gli altri tre l’autorità giudiziaria sta procedendo per il reato di circonvenzione di incapace: Giovanni Pilo – e l’atto fu registrato dal dott. Polizzi – acquistò per poco più di cento milioni di lire un’area fabbricabile in piena città che, secondo alcune stime, vale oltre mezzo miliardo, da madre e figlia che sarebbero state raggirate dal costruttore.

Da “Avvenire”, mercoledì 8 novembre 1978, p. 12.

Foto: Termini Imerese dalla Chiesa dell’Annunziata / ilsicilia.it

Per dare la casa prese bustarelle? – Napoli: Sotto accusa consigliere (PCI) che ammette in parte

Il verbale della calda seduta di consiglio verrà inviato alla Magistratura

di FRANCO AMMENDOLA

Magistratura e commissione consiliare di indagine sono investite del «caso» esploso al comune di Napoli per il comportamento di un consigliere comunale comunista, Mario Di Meo, il quale in risposta ad accuse mossegli in piena assemblea, ha ammesso di avere seguito procedure irregolari – intascando forse anche tangenti – per l’assegnazione di alloggi ai senza tetto. Per la verità il consigliere sotto accusa, ha detto di avere commesso un solo «errore» sui tre casi di brogli che l’opposizione gli addebita.

Va detto subito, che De Meo, fino a pochi giorni fa, aveva una specie di incarico da «sottosegretario» a palazzo San Giacomo, cioè collaborava con l’assessore alla assistenza, Emma Mayda, pure comunista, sovrintendendo all’apposito ufficio dell’assessorato che si occupava dei problemi dei senza tetto.

La fame di case a Napoli è un problema vecchio quanto la città e per questo il compito di De Meo, assistente della signora Mayda non era dei più semplici, richiedeva molto impegno, ma anche, ovviamente, imparzialità. Ma se dell’impegno non si discute perché De Meo era sempre presente ogni qualvolta le vicende dei senza tetto premevano a palazzo San Giacomo, di imparzialità sembra proprio che non si possa parlare, e per ammissione dello stesso consigliere, che non si è sottratto alle accuse dando così un apprezzabile esempio di correttezza.

Il capogruppo del PCI, Sodano, non ha infatti avuto difficoltà ad ammettere di avere considerato apprezzabile il gesto di De Meo, che avrebbe preso bustarelle per facilitare l’assegnazione di case a chi non ne aveva diritto, quando il consigliere presentò le dimissioni, ma inopportuno il comportamento dello stesso, quando decise il ritiro delle dimissioni.

E veniamo allo sviluppo della vicenda in assemblea, alla sala dei Baroni, dove era in corso il consiglio comunale.

I capigruppo si erano impegnati a discutere del caso in aula. Per il protrarsi delle discussioni su altri argomenti, si correva però il rischio di far saltare l’impegno, ma ci sono state le insistenze dei missini e così si è deciso di parlarne anche con la probabilità di fare le ore piccole. La discussione animata e vivace è andata avanti per oltre due ore e si è conclusa nel cuore della notte.

Il missino Florino, portando avanti una battaglia cominciata già nei giorni scorsi con manifesti sui muri della città, ha mosso con determinazione le accuse sostenendo che De Meo aveva favorito con irregolarità la assegnazione di case a tre famiglie che, con uno stratagemma forse studiato dallo stesso De Meo, figuravano senza case, o meglio erano soltanto appartenenti a nuclei familiari da sfrattare o da abbattere in via Marina. Secondo le accuse, De Meo, in qualità di consigliere comunale e con la speciale delega degli atti dello stato civile, aveva unito in matrimonio una delle coppie che hanno avuto irregolarmente la casa.

Florino sosteneva che i casi irregolari erano tre: ha risposto brevemente De Meo ammettendo di avere commesso un solo «errore». Il consigliere ha chiesto che gli atti venissero inviati alla magistratura, aggiungendo poi che i casi sospetti non sarebbero soltanto tre, come sostengono i missini, ma cinque, confermando sempre che soltanto per un caso si può addossare a lui la responsabilità.

Con questa dichiarazione De Meo ha voluto forse accusare altri e lo ha fatto quasi certamente per vendicarsi della mancata difesa da parte del suo partito.

L’ammissione ha naturalmente dato più ossigeno alla opposizione, alimentando ancor più le polemiche che si sarebbero poi sviluppate nel corso della discussione. È stato un continuo intrecciarsi di pareri e di ipotesi sul da farsi.

Sorpreso perché l’Amministrazione non dava elementi precisi sulla vicenda, si è mostrato il capogruppo democristiano Forte. C’era chi la commissione di indagine la voleva e chi la riteneva incompatibile o addirittura impossibilitata a lavorare, con la esplicita richiesta messa a verbale, si determinava l’automatico intervento della magistratura.

Naturalmente in tutto il dibattito non sono mancati interventi del sindaco Valenzi, il quale si è dichiarato innanzitutto rispettoso delle decisioni dell’assemblea, senza manifestare alcun giudizio nei confronti di De Meo. Strano è stato giudicato il comportamento in aula dell’assessore Mayda che, nonostante fosse stata sollecitata da più parti, si è limitata soltanto a fare da spettatrice.

Alla fine si è deciso per l’invio del verbale della seduta alla procura della Repubblica, e per la nomina della commissione di indagine. Il «sì» alla commissione lo hanno dato comunisti, democristiani, missini e demo-nazionali. Si sono astenuti socialisti, socialdemocratici, repubblicani e il consigliere liberale.

Per questa vicenda c’è molto disorientamento – ma controllato – in casa comunista, dove non si nasconde l’amarezza per il comportamento di De Meo e dove se ne riparlerà a livello di commissione di controllo. Se ne occuperà infatti, la sezione periferica di Miano, alla quale il De Meo è iscritto e che dovrà prendere provvedimenti nei suoi confronti. Non è esclusa l’espulsione dal partito.

Franco Ammendola, «Per dare la casa prese bustarelle? Napoli: Sotto accusa consigliere (PCI) che ammette in parte», in “Avvenire”, mercoledì 8 novembre 1978, p. 12.

Foto: Palazzo San Giacomo, sede del Municipio di Napoli / tripadvisor.it

Lucia Berlin. Racconto di una vita

Tutto è mosso e guizza vita, nell’esistenza di Lucia Berlin che lei stessa ci racconta seguendo il filo di una narrazione arricchita di notevolissime fotografie. Welcome Home (trad. di M. Faimali) narra i primi ventinove anni della vita della scrittrice.

Libro composito, è autobiografia ma anche memoir, racconto e riflessione. Il percorso autobiografico viene ricostruito dall’autrice di La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri 2016) usando come puntelli dei criteri narrativi precisi, la cui cadenza dà ritmo. Uno su tutti, il tema della casa evocato nel titolo. Casa come luogo che accoglie e protegge. I ricordi sono in primo luogo memorie di spazi, di dimore nelle quali Berlin ha vissuto, sparpagliate tra luoghi e paesi distanti, frequentati per periodi anche brevi, eppure ogni volta pensati come saldi, definitivi: come radici.

Bella e sanguigna, Lucia Berlin gira il mondo fin da bambina. Viaggiando e spostandosi senza che mai la sua natura alata ma concreta smetta di calpestare la terra con passo robusto e leggero, destinato a lasciare impronte transitorie. Ci sarà la scrittura a radicare davvero, un grande talento riconosciuto postumo.

L’infanzia è nomade, resa monca dall’assenza del padre arruolato come ufficiale su una nave portamunizioni nell’Oceano Pacifico. Un lungo periplo tra Alaska, Montana, Kentucky, Texas, sino a Santiago del Cile. Poi Albuquerque, alla University of New Mexico dove la giovinezza irrompe, porta smania di vivere e di amare. Una forma grave di scoliosi costringerà Lucia Berlin a usare per lunghi periodi un busto di ferro, ma l’handicap nulla toglie alla vitalità di questa donna bella e temeraria, la cui graziosa, impeccabile compostezza del profilo a ogni ritratto vela ombre inquietudini e squilibri che saranno ispiratori del suo scrivere.

Un marito, un figlio, un altro amore con un uomo carismatico nonostante l’addizione alle droghe pesanti parallela all’alcolismo di lei. Altri tre figli maschi, peregrinando tra luoghi dove sempre viene spontaneo “fare casa”. New York, Acapulco, diversi punti del Messico immortalati nelle magnifiche immagini a corredo del racconto. Poi l’ultimo divorzio e la nuova vita a Berkeley, in California, svolgendo lavori di ogni genere e componendo i racconti più importanti.

Gli implacabili occhi azzurri di Lucia Berlin si ostinano a trasmettere dolcezza e ascolto, sensibilità e un addentrarsi nella vita con sana curiosità, nonostante tutto.

La seconda parte di Welcome Home riporta stralci dell’epistolario (per la maggior parte lettere di Lucia all’amico di tutta la vita, il poeta Edward Dorn, e alla moglie) ed è qui che più si delinea la sua vita di lavoro. Consapevole del proprio talento, Lucia Berlin si considerava tuttavia «troppo sciocca» per essere una vera scrittrice. Eppure continuava a lavorare, appartata, segreta, indefessa. I quasi ottanta racconti concepiti nel corso della vita vibrano un talento assoluto. Da queste pagine emerge il dissidio tra una ricerca di disciplina e un nomadismo compulsivo, un caos nella gestione del tempo. Contrasti che illuminano la potenza della sua prosa, offrendo alla sua vocazione il dono di una vera fisionomia.

Lisa Ginzburg, «Lucia Berlin. Racconto di una vita», in “Avvenire”, venerdì 3 gennaio 2020, p. 12.

Lucia Berlin, Welcome home, Bollati Boringhieri. Pagine 190. Euro 20

Foto: Lucia Berlin, «Welcome home» / bollatiboringhieri.it

I bracconieri minacciano diciassette specie protette

Decine di persone denunciate, nel 2019, dal Wwf e dai Carabinieri forestali. In Lombardia sempre meno cacciatori

C’è un allarme bracconaggio continuo in Lombardia. Lo testimonia il bilancio delle attività di vigilanza svolte dalle guardie venatorie del Wwf nel 2019, con 52 denunciati, molti nelle ultime settimane. «Abbattimento di specie protette e uso di richiami acustici vietati sono i reati più frequenti», spiega Antonio Delle Monache, coordinatore delle guardie Wwf in regione, elencando le 17 specie protette trovate nei carnieri illegali: pettirosso, capinera, beccafico, balia nera, torcicollo, pispola, fringuello, ballerina bianca, fanello, peppola, spioncello, migliarino di palude, cinciarella, codirosso spazzacamino, frosone, codirosso, tottavilla.

In dettaglio sono 45 i denunciati in provincia di Brescia, sei in quella di Pavia e uno nel Lodigiano. Oltre alle violazioni penali riscontrate, sono stati redatti anche verbali amministrativi per un totale di quasi settemila euro di contestazioni: un importo esiguo «che dimostra, dato positivo, il sostanziale rispetto delle norme generali che riguardano il rispetto delle distanze da strade e immobili e l’annotazione delle giornate di caccia e della fauna abbattuta», spiega il Wwf.

Nel Bresciano tra gli episodi evidenziati figura quello con protagonisti tre uomini sorpresi a Gottolengo, che avevano abbattuto solo uccelli protetti (11 pettirossi, 5 tottaville e 2 fringuelli). «Quest’anno abbiamo riscontrato in più casi che chi viene sorpreso a commettere illeciti penali è recidivo, a volte già denunciato dalle guardie Wwf o da altri organi di polizia». Una situazione preoccupante a fronte di un calo costante dei cacciatori in Lombardia: rispetto ai 78.308 del 2009-2010 si è passati a poco meno di 60.000.

In provincia di Brescia sono diversi i blitz che ribadiscono la triste diffusione del fenomeno. Spaziando dall’alta Valsabbia e fino al Mantovano i carabinieri forestali del Soarda hanno realizzato anche alcuni colpi clamorosi. Complessivamente, con l’”Operazione pettirosso”, hanno denunciato 130 persone: nel lungo elenco trappolatori, capannisti, ex roccolatori autorizzati e presunti allevatori. Ma non è ancora tutto, come evidenziano le recenti operazioni condotte dalla stazione Carabinieri forestali di Vobarno contro anche altri illeciti venatori. In un caso, un 62enne, in Valsabbia, è stato denunciato perché esercitava la caccia da appostamento fisso, avvalendosi di 13 richiami vivi non consentiti di specie protette e privi di anello identificativo inamovibile. Inoltre, aveva abbattuto un esemplare di specie tutelata, subito sequestrata oltre al fucile utilizzato. Un 25enne di Roncadelle è stato denunciato per i reati di furto aggravato in danno dello Stato e di maltrattamento aggravato di animali, dopo essere stato sorpreso a praticare l’uccellagione in località “Noce”, a Brescia, mediante due reti a tramaglio, grazie alle quali aveva già catturato alcuni esemplari di avifauna protetta: il giovane rischia una condanna fino a sei anni di reclusione.

Sempre i Carabinieri forestali di Vobarno, con il supporto dei militari del nuclei investigativi di Polizia ambientale agroalimentare e forestale (Nipaaf), hanno eseguito cinque arresti e sequestrato oltre 170 uccelli protetti. Le persone finite nei guai sono state sorprese in flagranza di reato mentre concludevano una compravendita illecita di avifauna destinata al mondo venatorio.

Carlo Guerrini, «I bracconieri minacciano diciassette specie protette», Cronaca di Milano & Lombardia B3, in “Avvenire”, giovedì 2 gennaio 2020.

Foto: Bracconaggio / etvmarche.it

Da sapere

L’allarme

Il fenomeno è particolarmente accentuato nel Bresciano e nel Pavese. Con la sola “Operazione pettirosso”, che è stata condotta nel novembre scorso, in 130 sono stati segnalati all’autorità giudiziaria

In 10 anni 18.000 persone in meno imbracciano il fucile

52 Sono le denunce contro il bracconaggio presentate, nel 2019, solo dalle guardie venatorie del Wwf

78.308 È il numero di cacciatori, in Lombardia, che si contavano nella stagione 2009-2010

60.000 I cacciatori regolarmente registrati, in regione, nell’anno 2019

Da Cronaca di Milano & Lombardia B3, in “Avvenire”, giovedì 2 gennaio 2020.

L’appello degli intellettuali: «Una Costituente della Terra»

Un gruppo di persone tra cui Raniero La Valle, Valerio Onida e Luigi Ferrajoli lancia un manifesto per chiedere all’opinione pubblica una svolta ambientalista nel solco della “Laudato si’”

Una nuova Carta globale per un’ecologia integrale, dal nome semplice e suggestivo: “Costituente Terra”. Che, operando per diffondere una coscienza ambientale, rimetta al centro della politica la persona con i suoi diritti e lo sviluppo. E che sia sostenuta da una scuola che formi ed elabori il nuovo pensiero e prepari la soggettività politica del “popolo della terra”. Oggi si può, secondo un prestigioso gruppo di pensatori e saggi tra i quali il giornalista Raniero La Valle, il filosofo Luigi Ferrajoli, l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, il vescovo emerito Raffaele Nogaro, l’ambientalista Riccardo Petrella, il giudice Domenico Gallo. I quali hanno aperto il decennio con una proposta che non esclude di dare vita a un nuovo partito ambientalista molto ispirato dalla “Laudato si’” di papa Francesco.

Il preambolo del manifesto fondativo indica la rotta: «L’Amazzonia brucia e anche l’Africa, e non solo di fuoco, la democrazia è a pezzi, le armi crescono, il diritto è rotto in tutto il mondo. “Terra! Terra!” è il grido dei naufraghi all’avvistare la sponda, ma spesso la terra li respinge, dice loro: «i porti sono chiusi, avete voluto prendere il mare, fatene la vostra tomba, oppure tornate ai vostri inferni». Ma “Terra” è anche la parola oggi più amata e perduta dai popoli che ne sono scacciati in forza di un possesso non condiviso; dai profughi in fuga per la temperatura che aumenta e il deserto che avanza; dalle città e dalle isole destinate ad essere sommerse al rompersi del chiavistello delle acque».

Nel manifesto si citano come azioni positive le manifestazioni dei venerdì per il futuro per diffondere la coscienza ambientale, si elogiano “donne coraggiose” come Greta Thunberg a Carola Rackete e le sardine che “prendono la parola”. Ma non bastano. «Se nei prossimi anni non ci sarà un’iniziativa politica di massa per cambiare il corso delle cose, se le si lascerà in balia del mercato della tecnologia o del destino, se in Italia, in Europa e nelle Case Bianche di tutti i continenti il fascismo occulto che vi serpeggia verrà alla luce e al potere, perderemo il controllo del clima e della società e si affacceranno scenari da fine del mondo».

L’alternativa parte dalla presa d’atto che il costituzionalismo statuale è insufficiente, occorre passare a un costituzionalismo mondiale che delinei “la regola d’ingaggio e la bussola di ogni governo per il buongoverno del mondo”.

Il diritto internazionale, rilevano i firmatari, è già dotato di una Costituzione planetaria embrionale prodotta in quella straordinaria stagione seguita alla seconda guerra mondiale: i pilastri sono la Carta dell’Onu del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, i due Patti internazionali del 1966 e le tante Carte regionali che promettono pace, sicurezza, garanzia delle libertà fondamentali e dei diritti sociali per gli esseri umani. Ma non sono mai state introdotte le norme attuative e i diritti proclamati sono rimasti sulla carta.

Occorre allora riprendere il processo politico tornando al progetto formulato 70 anni fa e ai diritti in esso stabiliti. Poiché, come insegnano i vecchi giuristi “niente popolo, niente Costituzione” la novità è l’istituzione di un “popolo della Terra” la cui unità è resa possibile dopo il documento islamo-cristiano sulla Fratellanza del 4 febbraio 2019 anche dalla “vetta ermeneutica raggiunta da papa Francesco e da altre religioni con lui, grazie alla quale non può esserci più un dio a pretesto della divisione tra i popoli”. Occorre ora elaborare la politica della “Costituente Terra”.

La visione dei promotori prevede non forme accademiche, ma una scuola di pensiero “disseminata e diffusa, telematica e stanziale, una rete con aule reali e virtuali” che affronti diverse aree tematiche. Dalle nuove frontiere del diritto e dell’economia al lavoro, dalla “Laudato sì” e l’ecologia integrale fino al principio femminile.

L’invito ad aderire al “Comitato promotore del partito della Terra”, che non esclude in futuro di dare vita a un soggetto partitico, è rivolto a persone “di buona volontà e di non perdute speranze”, ad associazioni, aggregazioni o istituzioni già impegnate per l’ecologia e i diritti. Che devono scrivere all’indirizzo progettopartitodellaterra@ gmail.com versando una quota sul conto indicato.

Paolo Lambruschi, «L’appello degli intellettuali: “Una Costituente della Terra”», in “Avvenire”, sabato 4 gennaio 2020, p. 11.

Foto: Manifestazione dei “Fridays for Future” a Torino / vocetempo.it

Da sapere

Religiosi e laici, ecco chi ha firmato il manifesto

Altri proponenti e firmatari del manifesto per la Costituente della Terra provenienti da mondi diversi sono la regista tedesca Margarethe Von Trotta, Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte Costituzionale, Francesco Di Matteo dei Comitati Dossetti per la Costituzione, Vittorio Bellavite, coordinatore di Noi siamo Chiesa, i religiosi Guido Innocenzo Gargano, Felice Scalia e Marco Malagola, Piergiorgio Bortolotti della Fraternità don Dante Clauser.

Ancora, lo studioso Enrico Peyretti, il filosofo Roberto Mancini, il sociologo Francesco Carchedi, i giornalisti Paolo Scandaletti e Maurizio Chierici, Lisa Clark dei “Beati i costruttori di pace”.

Non mancano esponenti del mondo accademico quali Lelio Demichelis, sociologo dell’università dell’Insubria, Boris Ulianich, storico dell’Università Federico II di Napoli, Lia Fava, docente di letteratura alla Lumsa di Roma. E magistrati quali Nicola Colaianni, Mariarosaria Guglielmi, Segretaria generale di Magistratura Democratica, Giovanni Palombarini, Giuseppe Salmè e Maria Laura Paesano.

Da “Avvenire”, sabato 4 gennaio 2020, p. 11.

Agitu, pastora nera e vera viva nel presepe del mondo – Le sue idee e opere devono camminare nelle gambe dei giovani

ANTONIO MARIA MIRA

Il Cristo, il Figlio di Dio, scelse di nascere tra i pastori. L’Angelo li chiamò a raccolta e loro arrivarono portando doni a quel piccolo-grande uomo, Dio incarnato. Mi piace pensare che tra quei pastori maschi, che la tradizione dei presepi rappresenta con barbe di tante sfumature, quest’anno ci sia stata una pastora, una giovane donna, dai bellissimi tratti, originaria del Corno d’Africa. La vedo con le sue capre, i suoi formaggi, il tiepido e nutriente latte caprino. La vedo soprattutto col suo sorriso coinvolgente, la sua positività, malgrado una vita dura, ancor più dura della dura vita del pastore. Vedo Agitu Ideo Gudeta, etiope costretta ad essere rifugiata e poi – per scelta – pastora in Trentino, uccisa il 29 dicembre. La vedo donare al Bambinello la sua breve ma intensa vita nel Presepe di questo 2020. Una vita lontana dalla sua terra di origine ma ugualmente vissuta con convinzione e generosità.

Agitu mi disse che in Trentino, nella valle dei Mocheni, aveva trovato il suo paradiso. Per dieci anni lo ha vissuto con fantasia, solarità, felicità. E non a caso aveva chiamato la sua azienda “La capra felice”. Lei che era stata cacciata dalla violenza e dall’intolleranza politica dal suo Paese, aveva costruito una nuova vita fatta di capacità di integrazione e di proposta, di imprenditorialità nuova e antica allo stesso tempo. Fatta di rispetto dell’ambiente, di amore per una terra («Mi sono innamorata di questo territorio», mi aveva confessato). La terra trentina, dopo i primi dubbi e le prime incomprensioni (una donna? una pastora? tutta sola?) l’aveva accolta, apprezzata, quasi adottata. Un “trentina” dalla pelle colorata ma dalla parlata valligiana, non chiusa ma desiderosa di apprendere e di insegnare, soprattutto ai giovani. Più che integrazione. Vera inclusione. Convivendo con gli uomini e con gli orsi, che del Trentino sono simbolo, nel bene e nel male (non per lei…).

Agitu, parlando di immigrazione, diceva che era «un valore aggiunto» per il Paese ospitante, ma anche «uno scambio di culture». Così lei recuperava dall’abbandono terre incolte e capre quasi estinte, da pastora laureata in sociologia, un po’ etiope e un po’ mochena. E recuperava anche gli immigrati che venivano a lavorare da lei, anche chi le ha tolto la vita. Cittadina nel Sud e del Nord del Mondo, realizzando un vivere comune, insieme. Il sogno di un “noi” tra uomini e terra, lei che per difendere i diritti degli agricoltori etiopi era diventata un «soggetto pericoloso» per il regime, e che in Trentino aveva scelto col suo lavoro di difendere un ambiente e una tradizione che non erano suoi per eredità, ma per intelligenza e adesione. Apparentemente.

Agitu, cittadina del Mondo, profuga e costruttrice, provava a reinsegnare ai giovani trentini le attività dimenticate o scartate perché ritenute vecchie e umilianti. Il suo “orgoglio” era vedere i bambini mungere le sue capre, ma anche i ragazzi che volevano lavorare con lei o le chiedevano consigli, o la fila di chi voleva comprare i suoi prodotti, buonissimi e con qualcosa in più. Questo era il «paradiso» che la pastora Agitu aveva scoperto e vissuto, purtroppo per troppo pochi anni. In questo Natale così difficile e duro, lei lo ha sicuramente portato davanti al Bambinello, sorridendo con i suoi grandi occhi neri. E Lui ha sicuramente ricambiato quei doni e quel sorriso, aprendole le porte di un Paradiso eterno.

A chi l’ha conosciuta resta il dolore per la perdita e per quello che ancora avrebbe potuto fare. Ma deve restare anche l’impegno a non disperdere quanto Agitu aveva costruito in questi pochi anni. Le sue capre, le sue idee, le sue realizzazioni devono continuare a camminare, sui pascoli della valle dei Mocheni e nelle gambe dei giovani che lei tanto amava. La memoria della pastora Agitu deve avere ancora il concreto sapore dei suoi formaggi e di una convivenza felice. E magari una bella statuina nel presepe del prossimo Natale 2021, una “pastora nera” con le sue capre trentine e il suo sorriso figlio del mondo.

Antonio Maria Mira, «Agitu, pastora nera e vera viva nel presepe del mondo. Le sue idee e opere devono camminare nelle gambe dei giovani», in “Avvenire”, sabato 2 gennaio 2021, p. 3.

Foto: Agitu Ideo Gudeta felice tra le sue capre / thevision.com

Consumi sani e dannosi non possono avere la stessa aliquota

di ANTONIO MAZZI

Gratta e vinci, slot e scommesse on line seducono troppe menti fragili: vanno tolti dagli spazi pubblici

Pare che il Governo abbia aggiustato il tiro sul gioco d’azzardo proponendo un aumento della tassazione su alcuni giochi. A mio giudizio, sempre che il provvedimento arrivi all’applicazione, questo passo, accolto da molti come segnale di cambiamento illuminato, porta solo un minimo di decenza nella triste storia della politica che nel nostro Paese ha trattato il tema dell’azzardo. Se ben comprendo, infatti, il provvedimento applica a questo comparto le stesse aliquote di altri, senza differenze di valore tra consumi sani o dannosi.

Mi pare insufficiente. Occorre il coraggio di azioni radicali. L’azzardo deve stare fuori dai luoghi sensibili, dalle commistioni con la vita ordinaria. Non si può vedere più questo mercimonio accanto a una panetteria, mentre si prende un caffè, quando si accompagna il figlio a comprare un paio di scarpe.

Ecco alcuni dati emersi dalla nostra indagine Selfie, condotta con il Centro Semi di Melo (promossa da Fondazione Exodus e Casa del Giovane con alcuni docenti dell’Università Bicocca) intervistando oltre 60 mila ragazzi: la stragrande maggioranza degli adolescenti sa dove si gioca, oltre il 70% dichiara di conoscere posti dove anche i minori possono farlo, alcuni hanno provato a scommettere in compagnia dei genitori, il 58% dei ragazzi sono stati accompagnati al gratta e vinci dagli adulti, altri buttano soldi nelle macchinette, il 49% dichiara di aver “provato” prima dei 15 anni.

Come non si mette un sexy shop all’interno di una scuola, altrettanto non si deve mettere l’azzardo nei bar. Come gli spazi per fumatori devono essere separati per non rovinare i polmoni di chi non fuma, così sale da gioco e gratta e vinci devono stare in posti specifici loro dedicati, per non nuocere alla gente attraverso l’inganno. Invece, sempre più ragazzi si perdono dentro ai meccanismi perversi dei giochi in denaro on line, con un marketing sempre più aggressivo che invade menti ancora acerbe.

Alla politica chiedo: si accontenta di quanto sta facendo o si decide una buona volta a guardare il fenomeno fino in fondo e prendere soluzioni preventive e degne di un Paese che non si accontenta di sopravvivere sulle poche tasse che ricava dal gioco?

Antonio Mazzi, «Consumi sani e dannosi non possono avere la stessa aliquota», in “Famiglia cristiana”, 5 gennaio 2020, n. 1, Anno XC, p. 12.

Foto: Il gioco d’azzardo è la nuova droga / donnamoderna.com

La denuncia di “Mettiamoci in gioco” – Ma il numero delle “videolottery” è destinato ad aumentare del 2%

Nella Legge di bilancio 2020 è previsto un incremento del 2% delle licenze per l’attivazione di videolottery: così l’offerta di macchinette aumenterà, portandone il numero a 58mila. Una scelta «preoccupante» secondo la campagna “Mettiamoci in gioco” alla quale aderiscono tra gli altri le Acli, Avviso Pubblico, Cgil, Gruppo Abele. Una decisione che rischia di segnare il futuro dell’azzardo lecito nel nostro Paese. E non consola il fatto che altri apparecchi da intrattenimento escano ridimensionati: sempre secondo la manovra, l’ammontare di slot machine passerebbe da 263mila a 250mila unità (5%). L’appello rivolto da “Mettiamoci in gioco” al legislatore è quello di «invertire la rotta». Nei primi dieci mesi del 2019 il comparto ha fatto registrare entrate tributarie per 12.863 milioni di euro, pari a una crescita del 7%.

Da “Avvenire”, domenica 5 gennaio 2020, p. 10.

Foto: “Mettiamoci in Gioco”: Campagna contro il gioco d’azzardo / mettiamociingioco.org

Mezzo miliardo ripulito dalle mafie – Il rapporto dell’UIF di Banca d’Italia

A tanto ammonta il giro d’affari 2019 dell’azzardo illegale gestito dalla criminalità

ANTONIO MARIA MIRA

Duecentocinquanta milioni di euro. È quanto le mafie hanno riciclato nell’azzardo in appena sei mesi. È il primo semestre dello scorso anno ed è molto probabile che nel secondo non sia andato peggio per i clan delle azzardo-mafie, arrivando così a mezzo miliardo di euro “sporchi” ripuliti nei diversi settori dell’azzardo. È quanto ha riferito pochi giorni fa Claudio Clemente, direttore dell’Unità di informazione finanziaria (Uif), l’autorità della Banca d’Italia incaricata di esaminare i flussi finanziari, e di ricevere segnalazioni di operazioni sospette.

È stato ascoltato dal Comitato IV, della Commissione parlamentare antimafia, che si occupa degli affari dei clan sull’azzardo. Audizione molto preoccupante in quanto, ha avvertito il direttore dell’Uif, il mercato dell’azzardo «ha attirato una crescente attenzione da parte della criminalità, anche organizzata». Per due precisi motivi. «Dà la possibilità, da un lato, di realizzare ingenti introiti, con rischi contenuti connessi con le difficoltà di accertamento delle condotte illegali e – ha denunciato Clemente – con la presenza di un sistema sanzionatorio caratterizzato da pene di troppo modeste entità, dall’altro, di riciclare nel comparto profitti di altri reati».

La Uif riceve segnalazioni sull’azzardo sia dagli operatori del comparto sia da altri soggetti obbligati come le banche, che rilevano fra i propri clienti transazioni sospette derivanti da operazioni di “gioco”. Segnalazioni che hanno fatto registrare un vero e proprio boom, passando dalle 2.394 del 2014 alle quasi 9mila stimate per il 2019, più 22% rispetto al 2018. E il 70% viene proprio dagli operatori dell’azzardo, soprattutto italiani, ma anche con sede legale a Malta, Gibilterra e Slovenia.

Molto interessante la provenienza regionale delle segnalazioni. In testa c’è la Lombardia, poi il Lazio, la Campania, il Veneto, la Sicilia, la Toscana, la Puglia, il Piemonte e l’Emilia Romagna. Circa il 18% viene avviato ad approfondimenti investigativi. «In un numero rilevante di casi – ha spiegato Clemente – coinvolgono soggetti in qualche modo già associabili a fenomeni criminali: tale componente è risultata crescente in questi anni, passando dal 7% del 2014 all’11% del periodo gennaio-ottobre 2019».

Dal 2014 l’Unità ha avviato accertamenti nei confronti delle società dell’azzardo. Cosa è emerso? «Carenze nell’adeguata verifica della clientela da parte della rete distributiva (esercenti e gestori) di cui i concessionari si avvalgono; criticità nelle procedure di segnalazione delle operazioni sospette». E «i controlli svolti dai concessionari sulla rete distributiva sono risultati poco incisivi, sia con riferimento alle attività di verifica dei requisiti soggettivi di tali operatori, sia con riguardo all’accertamento dell’osservanza degli obblighi antiriciclaggio».

Dalle collaborazioni tra Uif e procure, «sono state portate alla luce associazioni di stampo mafioso con proiezione transnazionale che, avvalendosi di società non italiane e dislocando in paesi esteri i server per la raccolta e la gestione delle giocate, hanno esercitato abusivamente attività di gioco e scommesse sul territorio nazionale, riciclando ingenti proventi illeciti. I guadagni accumulati venivano poi reinvestiti in patrimoni immobiliari e attività finanziarie all’estero». Le attività di riciclaggio nel settore dell’azzardo «con significativi collegamenti con l’Italia si concentrano in particolari Paesi e aree geografiche», quelli «che consentono l’anonimato o la schermatura della titolarità “legale” o “effettiva”».

E qui il direttore cita Malta, «scelta motivata dagli incentivi offerti dal sistema locale in termini di vantaggi fiscali e facilità di accesso al mercato dei giochi attraverso l’ottenimento di licenze. Il ciclo di gestione finanziaria prevede trasferimenti in Italia, su conti di persone fisiche o giuridiche, di disponibilità provenienti da società di gioco con sede all’estero, riconducibili a titolari effettivi di nazionalità italiana, spesso indagati nel nostro Paese anche per reati di stampo mafioso. Viene in tal modo portato a compimento il complessivo circuito di riciclaggio, al contempo ottenendo ingenti guadagni attraverso l’attività di business».

Nel mirino dell’Uif l’intreccio con le scommesse sportive. «È emersa l’esistenza di network in diverse zone d’Italia sospettati di operare al fine di alterare le gare a fini lucrativi ovvero, in taluni casi, per riciclare denaro per conto della criminalità organizzata ». Inoltre «sono stati individuati flussi da esponenti di società sportive a favore di soggetti indagati, ritenuti anomali in quanto potenzialmente volti ad alterare il risultato di competizioni sportive al fine di garantire la permanenza della società stessa nelle serie maggiori».

Su questo tema l’Uif segnala una grave carenza. «Un contributo importante alla prevenzione e al contrasto dei fenomeni criminali collegati alle scommesse potrebbe derivare dall’apporto informativo di Coni e Federcalcio; allo stato sembrerebbe tuttavia mancare un’adeguata base giuridica per tali scambi informativi». Toccherà alla politica intervenire.

Antonio Maria Mira, «Mezzo miliardo ripulito dalle mafie. Il rapporto dell’UIF di Banca d’Italia», in “Avvenire”, domenica 5 gennaio 2020, p. 10.

Foto: Bankitalia mezzo miliardo ripulito dalle mafie / avvenire.it

Da sapere

Le tipologie di macchinette mangiasoldi presenti nelle sale giochi sono diverse. Quelle “a gestione remota” sono gestite da una piattaforma esterna e non comportano l’uso diretto di denaro ma di gettoni

Da “Avvenire”, domenica 5 gennaio 2020, p. 10.