Con gli anni ho accumulato una grande quantità di libri, giornali e riviste.
Da tempo sono pressato di liberarmi (“butta via”) di questo materiale.
Tuttavia vi ritrovo articoli, spunti, occasioni non solo interessanti, ma che riflettono molti momenti e aspetti della mia vita.
Rimane il problema di eliminare molto materiale, soprattutto giornali e riviste.
Come salvare ciò che ritengo importante e utile per me e spero interessante per altri?
Dapprima ho fatto “taglia e cuci”, poi ho cominciato a salvare su chiavetta, infine ho iniziato un blog con word press, intitolandolo “Il giardino dei ricordi”.
Per qualche anno ho utilizzato questo sistema, giungendo a pubblicare oltre 3.000 articoli.
Successivamente ho cominciato ad eliminarne molti, soprattutto perché da sempre il blog non era come avrei voluto.
Tuttavia non ero in grado di fare di meglio.
Dopo diversi anni che cercavo chi mi potesse aiutare o insegnare a impostare un blog decente, ho trovato un’assistenza eccezionale e gentile.
Invito a seguirmi sul nuovo blog
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque accede al blog: sistemazione di un chiaro ed esaustivo menu, con conseguente facilità di reperire gli articoli,
grafica accattivante, e la sicurezza di una guida e di un accompagnamento competente e gentile.
Insomma, un blog come ho sempre desiderato.
Pertanto, se lo desideri, mi puoi seguire sul nuovo blog
Gesù ha promesso ai suoi discepoli che non li avrebbe lasciati soli e che avrebbe inviato lo Spirito (Gv 14,16.26). Oggi celebriamo la festa di questo dono del Risorto.
Anche se il dono dello Spirito è unico, tuttavia si può parlare – dal punto di vista narrativo – di una duplice Pentecoste che il lezionario di questa grande solennità ci presenta attraverso due relazioni, quelle di Luca e di Giovanni
Leggendo la relazione di Luca (At 2,1-11: I lettura) si rimane perlomeno stupiti di fronte ai numerosi «prodigi» accaduti nel giorno di Pentecoste: tuoni e vento impetuoso, fiamme che scendono dal cielo, gli apostoli che parlano tutte le lingue.
Inoltre Luca colloca la discesa dello Spirito esplicitamente nel giorno di Pentecoste. Giovanni, invece, racconta che Gesù ha comunicato lo Spirito il giorno stesso della risurrezione (Gv 20,22).
Come si spiega allora questo mancato accordo sulla data?
Va detto subito chiaramente: il mistero pasquale è unico. Morte, risurrezione, ascensione e dono dello Spirito sono avvenuti infatti nel medesimo istante, al momento della morte di Gesù
In effetti, raccontando ciò che è accaduto sul Calvario in quel venerdì santo, Giovanni dice che, chinato il capo, Gesù effuse lo Spirito (Gv 19,30).
Perché allora quest’unico, sublime, ineffabile mistero pasquale è stato presentato da Luca come se fosse accaduto in tre momenti successivi?
Lo ha fatto al fine di aiutare a comprendere i molteplici aspetti.
Giovanni ha posto l’effusione dello Spirito espressamente nel giorno di Pasqua al fine di mostrare che lo Spirito è dono del Risorto. Ora vediamo perché Luca la colloca, invece, nel contesto della festa di Pentecoste.
La Pentecoste ebraica
La Pentecoste era una festa ebraica molto antica, celebrata cinquanta giorni dopo la Pasqua: commemorava l’arrivo del popolo d’Israele al monte Sinai.
Tutti ricordiamo che cosa è accaduto in quel luogo: Mosè dapprima è salito sul monte, poi ha incontrato Dio e infine ha ricevuto la Legge da trasmettere al suo popolo.
Dicendo che lo Spirito era sceso sui discepoli proprio nel giorno di Pentecoste. Luca vuole quindi insegnare che lo Spirito ha sostituito l’antica legge ed è divenuto la nuova legge per il cristiano.
Ma i tuoni, il vento, il fuoco? Andiamo a vedere nel libro dell’Esodo quali fenomeni hanno accompagnato il dono dell’antica legge:
«Al mattino presto ci furono tuoni, lampi, una nube densa sopra il monte e un suono fortissimo di tromba … tutto il popolo ebbe paura» (Es 19,16).
E ancora: «Tutto il popolo sentiva le voci, i tuoni, il suono della tromba e vedeva il monte che fumava» (Es 20,18).
I rabbini dicevano che sul Sinai, nel giorno di Pentecoste, quando Dio aveva dato la Legge, le sue parole avevano preso la forma di settanta lingue di fuoco
al fine di indicare che la Torah era destinata a tutti i popoli (che in quel tempo si pensava fossero appunto settanta).
La Pentecoste cristiana
Ora, se l’antica Legge era sta data in mezzo a tuoni, lampi, fiamme di fuoco… come avrebbe potuto Luca presentare in modo diverso il dono dello Spirito – nuova Legge? Ovvio che se voleva farsi capire doveva impiegare le medesime immagini.
E le molte lingue parlate dagli Apostoli? Luca verosimilmente ha utilizzato questo fenomeno in senso simbolico al fine di insegnare l’universalismo della Chiesa.
Lo Spirito è un dono destinato a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Di fronte a questo dono di Dio crollano perciò tutte le barriere di lingua, razza e tribù.
Nel giorno di Pentecoste succede effettivamente il contrario di quanto è accaduto a Babele (Gn 11,1-9). Là gli uomini hanno cominciato a non capirsi e ad allontanarsi gli uni dagli altri; qui, invece, lo Spirito mette in atto un movimento opposto: riunisce coloro che si sono dispersi.
Chi si lascia guidare dallo Spirito e dalla parola di Dio pertanto parla una lingua che tutti comprendono e che tutti unisce: il linguaggio dell’amore.
È infatti lo Spirito che trasforma l’umanità in un’unica famiglia, dove tutti si capiscono e si amano.
Quante volte ho pensato che ci vorrebbe una nuova Pentecoste per la Chiesa di oggi! Ma è proprio così?
Non è possibile invece pensare che quella Pentecoste non fu soltanto per allora ma per sempre, per ogni tempo?
Una Chiesa nata dal vento
Infatti la Chiesa è nata da un «soffio». È nata il giorno in cui un drappello di uomini paralizzati dalla paura, asserragliati in una stanza al fine di difendersi dal mondo esterno, sono stati investiti da una specie di folata di «vento gagliardo».
E si è manifestata, fatta conoscere, quando quegli stessi uomini si sono ritrovati scaraventati dal vento fuori di casa e si sono messi a parlare facendosi capire da tutti.
Una Chiesa statica, che si aggira nelle proprie stanze, badando che tutto sia in ordine, che si limita a comunicare con l’esterno attraverso proclami solenni o denunce indignate, è la Chiesa «prima della Pentecoste».
Il fuoco in dotazione
E la Chiesa, scaturita dal vento, riceve in consegna il fuoco Gesù è venuto, precisamente, a recare il fuoco («Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» Lc 12,49).
Ora lo stesso fuoco è affidato agli Apostoli («apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno») (At 2,3).
Lo Spirito, in effetti, più che riempire il cervello degli uomini, rimpinzarlo di idee, incendia loro il cuore. È un fuoco che purifica, libera dalle scorie, brucia alle radici l’orgoglio e la vanità, incenerisce fronzoli e orpelli. Ma, soprattutto, attizza una passione divorante, incontenibile
Gli uomini della Pentecoste sono quindi degli innamorati non funzionari, impettiti cerimonieri, ingessati diplomatici, scodinzolanti cortigiani, severi esattori dei tributi dovuti a Dio, sussiegosi impresari della salvezza.
Una Chiesa che ha qualcosa da dire…
È il dono delle lingue. Penso però sia inutile stare a discutere sulla natura di questo fenomeno. Ritengo, comunque, non lo si possa circoscrivere all’aspetto puramente «linguistico».
Conoscere e parlare la lingua dell’altro, infatti, non significa ancora saper parlare all’altro. Riuscire a comunicare veramente con l’altro, implica piuttosto la capacità di entrare in sintonia con lui, captarne le esigenze, interpretarne le attese.
Parlare all’altro vuol dire incontrarlo nella verità del suo essere «unico», nella concretezza della sua situazione particolare.
È ovviamente più facile conoscere le lingue che conoscere le persone; imparare il messaggio, che scoprire il modo di trasmetterlo. È più facile imporlo, che favorirne l’accoglienza.
… e riesce a farsi capire
Non basta tuttavia avere qualcosa da dire (o credere di averlo). Occorre farsi capire. Occorre provocare un interesse.
La parola «ascoltata» non è quella, che ha soddisfatto la curiosità, ma la parola efficace, creativa, che, proprio perché investita dalla potenza dello Spirito,
«piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò che è sviato» (Sequenza della Pentecoste).
Il dono delle lingue implica l’arte dell’ascolto
Ciò implica non soltanto la scienza (o banalmente, l’abilità) del parlare, ma quella, ancora più difficile, dell’ascoltare. Non basta, infatti, parlare nella lingua dell’altro, occorre prima saper ascoltare l’altro che parla la propria lingua.
Ossia, qui veniamo posti di fronte alla scoperta della diversità («Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia…»(At 2, 9-11).
Conclusione
È il caso allora di invocare quello Spirito che, oltrepassando tutte le barriere, «riempie l’universo», perché riempia il nostro cuore. Oltre a riempire ciò che è vuoto, dovrà pure liberare dagli ingombri. C’è sempre il rischio, infatti, che la nostra «pienezza» sia quella della presunzione.
«I figli della Pentecoste» possono recapitare i doni dello Spirito, essere docili alla sua azione, solo quando capiscono una verità elementare: al fine di dar spazio allo Spirito, risulta indispensabile pertanto non essere pieni di sé, rinnegare l’egemonia dell’io.
Lo Spirito, protagonista unico, insostituibile, può manifestarsi solo se i personaggi abusivi sgomberano la piazza.
Foto: La Pentecoste nel Codice Valois, codice pergamenaceo conservato presso il Fondo manoscritti della Biblioteca Casanatense di Roma / firenze1903.it
Leigh – «Sulla strada del ritorno tutti parlavano di Mrs. Badger questo e Mrs. Badger quello. Non volevo parlare. Volevo solo pensare.
Una vera autrice vivente mi aveva chiamato autore. Mi aveva detto di andare avanti così. Mamma era orgogliosa di me quando gliel’ho raccontato».
All’undicenne Leigh va tutto storto: è in prima media in una nuova scuola nella desolata cittadina della California centrale in cui si è appena trasferito, con un misterioso ladro che ogni giorno gli ruba parte del pranzo;
senza uno straccio di amico, vive con la madre che, da quando si è separata, si ammazza di lavoro, anche perché il padre di Leigh è un autentico disastro:
non sempre versa l’assegno per il figlio, non sempre si ricorda di andare a trovarlo o anche solo di chiamarlo, nonostante le tante promesse.
Il sassolino capace di cambiare il corso degli eventi lo lancia un’insegnante che assegna alla classe il compito di indirizzare una lettera a un autore famoso.
Leigh ha improvvisamente le idee chiarissime: si rivolge a Boyd Henshaw, il noto scrittore per ragazzi di cui ormai da anni legge tutti i libri, avviando una corrispondenza che cambierà molte cose nella sua vita.
In realtà Caro Mr. Henshaw di Beverly Cleary (Roma, il Barbagianni, 2021, pagine 136, euro 13,90, traduzione di Susanna Mattiangeli, illustrazioni di Vittoria della Torre e copertina di Maria Gìron) è un romanzo epistolare a senso unico:
l’autrice presenta infatti solo le lettere del bambino, tanto è comunque forte e significativa la voce dello scrittore che rimbalza dai fogli di Leigh.
Le lettere sono piuttosto diverse tra loro, non tutte felici di essere scritte, perché il bambino – il suo «fan numero 1», come a volte si firma salutando lo scrittore – a tratti è infastidito.
Soprattutto dalla lettera in cui Henshaw, accettando l’intervista che Leigh gli fa per conto della scuola, non si limita a rispondergli,
ma gli pone diverse domande a sua volta, provocando nel bambino un profondo disappunto e un’arrabbiatura che risuonerà a lungo (soprattutto nelle firme: «il tuo disgustato lettore», «il tuo ex amico», «bleah a te»).
Eppure, quasi suo malgrado, Leigh capisce presto che scrivere gli fa bene. Certo, non può tempestare lo scrittore di messaggi per sentirsi meglio e così ne segue il consiglio: inizia un diario.
Il bambino ha bisogno infatti di mettere nero su bianco tutto quel che gli sta succedendo – la povertà, la separazione dei genitori, la paura di crescere senza un padre, l’insicurezza dell’esclusione,
la frustrazione dovuta al ladro di pranzi, la solitudine, il disappunto per una casa minuscola in cui la televisione non funziona e quindi si è costretti a passare il tempo con la lettera in mano.
Caro Mr. Henshaw è così soprattutto una riflessione sul potere della scrittura.
Le confessioni che Leigh affida al suo diario lo salvano, rimettono ordine tra le tessere impazzite del puzzle che è la sua vita.
Tentando di dare forma a dubbi e silenzi, le parole incerte e insicure del bambino piano piano si rafforzano, imparano a costruire un dialogo tra interno ed esterno.
Coltivare quel che presto capisce essere il suo (quasi) talento, sarà infatti il vero motore del cambiamento.
I ricordi smettono così di essere macigni che bloccano, per trasformarsi in volani, al punto che Leigh troverà un amico vero, in carne e ossa, a scuola.
È la prima volta che Caro Mr. Henshaw, vincitore nel 1984 della prestigiosa Newbery Medal, viene tradotto in italiano.
Un omaggio proprio nell’anno della scomparsa di Beverly Atlee Cleary (1916-2021) morta ultracentenaria, la scrittrice americana di narrativa per bambini e giovani adulti con 91 milioni di copie di libri venduti nel mondo, a partire dal primo uscito nel 1950.
Figlia unica cresciuta in una fattoria nelle zone rurali di Yamhill (Oregon) da madre insegnante e padre agricoltore, a 6 anni si trasferisce con la famiglia a Portland, dove il genitore trova lavoro come agente di sicurezza in banca.
Il passaggio dalla campagna alla città non sarà facile per Beverly: in prima, la maestra la inserisce in un gruppo di lettori in difficoltà («Volevo leggere, ma in qualche modo non potevo»),
finché, grazie all’aiuto della bibliotecaria scolastica, le cose iniziano finalmente a migliorare.
Mantenutasi all’università svolgendo i lavori più disparati, Cleary è stata prima bibliotecaria per bambini e poi, dal 1942, scrittrice per l’infanzia a tempo pieno.
Le sue storie sono in gran parte ambientate nel quartiere di Grant Park, nel nord-est di Portland, e hanno per protagonisti i bambini della classe media.
Conoscendo le difficoltà dei piccoli nel trovare libri con personaggi con cui identificarsi, Cleary decide di scrivere lei stessa quelle storie («I bambini meritano libri di qualità, i bibliotecari sono così importanti nell’incoraggiarli a leggere, selezionando libri appropriati»).
Caro Mr. Henshaw conferma appieno l’attenzione di Cleary per quegli aspetti così importanti nell’infanzia, dettagli secondo gli adulti ma in realtà elementi cruciali nella formazione dei bambini.
Spesso infatti i piccoli, come Leigh, non vogliono parlare, ma «solo pensare».
Beverly Atlee Cleary se n’è accorta, in una vicinanza preziosa di cui ora anche i giovanissimi lettori italiani potranno beneficiare.
Silvia Gusmano, «Scrivo per capirmi un po’. Finalmente tradotto in italiano “Caro Mr. Henshaw” di Beverly Cleary, scomparsa ultra centenaria nel 2021», in “L’Osservatore Romano”, martedì 4 gennaio 2022, p. II.
Foto: Copertina di Caro Mr. Henshaw / ilbarbagiannieditore.it
Ritrovare la via della pace. Dopo il rinvio della Marcia per il Covid, la preghiera nella Cattedrale ligure con la testimonianza dell’emerito di Ivrea, Bettazzi. Le parole del vescovo Marino. L’edizione 2022 ad Altamura
Ritrovare la via della pace. Anche la sera del 31, a Savona, alle 18 in punto si sono uditi 21 rintocchi di campana. Ad ogni colpo di battaglio una lettera dell’alfabeto, al fine di ricordare tutti i morti di tutte le guerre.
Si è aperta così, con la città che si ferma per non dimenticare, la serata di veglia e preghiera «Ritrovare la via della pace».
Come già avvenuto lo scorso anno, neanche quest’anno si è svolta la consueta Marcia nazionale della Pace, a causa dell’evolversi della pandemia.
Ma i momenti di riflessione e gli appuntamenti liturgici hanno tuttavia riproposto l’importanza di una riscoperta della “pastorale della pace”.
«Il messaggio che a me sta particolarmente a cuore è quello di ritrovare la via della pace. Devo dire che, purtroppo, negli ultimi anni, una catechesi attenta al Vangelo della pace si è un po’ smarrita, mi pare, nella Chiesa.
Credo che vada ritrovata, la pace, come parola centrale dell’Evangelo», ha detto il vescovo di Savona-Noli, Calogero Marino.
«C’è bisogno di pace sulla faccia della terra, negli ultimi periodi sono indubbiamente aumentati i conflitti, le spese militari, in altre parole, sono aumentate le guerre, tuttavia se ne parla molto poco», ha ribadito don Luigi Ciotti.
Nelle sue parole, ancora, la denuncia per le diseguaglianze, acuite dalla pandemia, a cominciare proprio dall’accesso alle cure e ai vaccini. «Il primo diritto, è quello alla salute», ha infatti ricordato il fondatore di “Libera”.
In mattinata intanto si erano confrontati, a partire dai ripetuti appelli di papa Francesco e di 50 Nobel per la pace che chiedono il taglio delle spese militari, il professor Carlo Rovelli, fisico teorico saggista;
il vescovo emerito di Ivrea, Luigi Bettazzi, presidente emerito di Pax Christi International; Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano e don Renato Sacco, consigliere nazionale di Pax Christi.
La Messa di fine anno in Duomo ha poi visto concelebrare, assieme al vescovo di Savona- Noli, l’emerito di Ivrea, Bettazzi, (98 anni, protagonista di tutte le Marce della pace svoltesi finora),
l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano Luigi Renna, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e lavoro giustizia e pace della Cei, e l’arcivescovo di Genova, Marco Tasca.
«Lo shalom – ha ribadito il vescovo Marino – dice la pienezza del dono di Dio, che è dono, appunto, ma che, però, chiede di essere accolto dagli uomini, chiede di costruire una cultura della pace, a partire proprio dalla radice cristologica.
Cristo, infatti, è la nostra pace. Ecco, io vorrei che questo tema della pace ritornasse al centro dell’attenzione della comunità cristiana».
L’omelia è poi stata tenuta da Bettazzi che ha anche ironizzato sulla sua età e l’ininterrotta frequentazione con l’appuntamento di fine anno.
«Hanno chiesto a me, vescovo di 98 anni – ha detto il presidente emerito di Pax Christi International – perché dal 31 dicembre 1968, a Sotto il Monte dove si è svolta la prima Marcia della pace, non ho mancato una sola edizione».
E quest’anno, quando la pandemia ha reso più necessario lo spirito di appartenenza alla comunità, «dobbiamo ritrovare il valore del “noi” in un contesto – è stata l’esortazione di Bettazzi – in cui sembra sempre ancora prevalere la parola “io”».
Promossa dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, con l’Ufficio Cei per la pastorale sociale, con Pax Christi, la Caritas italiana, l’Azione Cattolica e molte altre organizzazioni e movimenti,
la Marcia della pace tornerà al termine del 2022 con destinazione la diocesi di Altamura- Gravina-Acquaviva delle Fonti, di cui è vescovo proprio il presidente nazionale di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti.
Un ritorno in Puglia dunque, ancora una volta sui passi del venerabile don Tonino Bello, il vescovo già presidente di Pax Christi.
Nello Scavo,«”Ritrovare la via della pace”. L’appello nella notte di Savona», in “Avvenire”, domenica 2 gennaio 2022, p. 4.
Foto: Una piccola delegazione di partecipanti alla Marcia della Pace a Savona / avvenire.it
DA SAPERE
Da due anni la pandemia condiziona l’evento
Già il 31 dicembre 2020 l’appuntamento di preghiera e riflessione sulla pace, promosso da Cei, Azione cattolica, Caritas e Pax Christi aveva subito uno stop.
E anche nel 2021 la marcia, giunta alla 54ª edizione, è stata annullata, o meglio sostituita da un momento di preghiera e riflessione in Cattedrale di Savona, chiamata a ospitare questa edizione.
Un infinito ricominciare – La Bibbia preferisce di solito le storie di fragilità e di nuovi inizi a quelle di conservazione. L’azione di Dio si compie infatti negli interstizi, il futuro si scrive soprattutto partendo dalle paludi.
Essere nuovi come la luce a ogni alba, come il volo degli uccelli e le gocce di rugiada: come il volto dell’uomo, come gli occhi dei fanciulli, come l’acqua delle fonti: […] principio altro principio genera in vite irripetibili come le primavere. David Maria Turoldo
Nella Bibbia sono davvero molti coloro che, incalzati dalla voce di Dio, diventano in seguito iniziatori di storie nuove e generano nuovi inizi.
Si muovono anzitutto per fede, fede coraggiosa, perché il coraggio è la virtù degli inizi: lasciare tutto, smontare le tende al levar del sole e inoltrarsi nel deserto;
salpare alla brezza leggera del mattino, verso una terra mai raggiunta e già perduta.
Alcuni oltretutto sono personaggi enormi, da cui non si può prescindere, come ad esempio Abramo, che parte al lume delle stelle senza sapere dove andare (“una terra che io ti mostrerò”);
è nomade, un ricominciante ogni giorno, o almeno a ogni fine dei pascoli.
Nella fede davvero siamo tutti figli di nomadi, nel coraggio di chi crede che «il carnato del cielo sveglia oasi ai nomadi d’amore» (Giuseppe Ungaretti, Tramonto).
Come ad esempio Mosè, fuggito alla condanna a morte in contumacia, nascosto nelle tende di Ietro e pastore di un gregge di capre non sue.
Dalla precarietà della sua vita, attraverso un reticolo di fughe, chiamate, difetti, ritorni e ripartenze, inizia praticamente un’avventura collettiva straordinaria.
I protagonisti della storia sacra, iniziatori del nuovo, non sono tuttavia degli eroi preparati per la loro missione,
ma vengono raccolti da una cisterna, come Giuseppe, da una prigione (Geremia), da dietro i buoi (Amos), da un ramo di sicomoro (Zaccheo), o rimessi in piedi dopo una sconfitta.
Nella Bibbia, infatti, il futuro si apre nelle paludi.
Come ad esempio con i Giudici: Israele si è appena installato sulla terra di Canaan, ed è subito circondato da piccoli regni organizzati e bellicosi. A ogni periodo di relativa pace succede infatti una invasione, il popolo è sottomesso e depredato.
Allora nel momento della crisi sorge un capo, un giudice che raccoglie i coraggiosi e caccia i nemici. Gedeone e i suoi trecento. Sansone. Jefte.
A quella liberazione di nuovo succede un’altra invasione. E ancora Dio fa sorgere un giudice.
Dio interviene di solito nei vuoti della storia, con gesta epiche o umili. Finisce una storia, ma non finisce la Storia. Dio sceglie i punti della storia che un generale non sceglierebbe mai; i momenti di ritirata, di sconfitta, di fuga.
L’intervento di Dio accade non sulle facciate gloriose della storia, ma nei buchi tra un concio e l’altro delle pietre. Nelle nostre crisi. Sulla croce di Gesù, proprio là dove la mano di Dio sembrava più assente, lì era più presente che mai.
Precisamente al cuore del male, più che in ogni altro luogo, affiora la punta acuta e fragile della speranza.
Il nuovo nasce sempre con dolore. Lo vediamo anche nelle storie dei profeti.
Giona: alzati (kum) e va’ a Ninive. Il piccolo profeta pauroso, si alza alla voce di Dio, ma inizia una fuga lontano dal Signore, si avventura verso Tarsis, la terra dove il sole va a morire.
Infine arriverà, ma sospinto e incalzato da tempeste e naufragi, fino a Ninive, la grande capitale, e cambierà la storia della città.
Dirk Bouts, Elia nel deserto, 1464-1468, olio su tavola, Chiesa di San Pietro, Lovanio (Belgio) / co.pinterest.com
Elia: alzati e mangia. Tutto accade nel corso di una fuga lunga e disperata, quando il profeta, inseguito dai sicari di Gezabele, sfinito, si lascia cadere sotto una ginestra e si arrende: basta Signore, meglio morire…
E l’angelo, per due volte: Elia, alzati, mangia e rimettiti in cammino. Il nuovo viene con fatica e coraggio.
Da Babele ai salmi
Pieter Bruegel il Vecchio, La torre di Babele, 1563, olio su tavola, 114×155 cm, Kunsthistorisches Museum, Vienna / it.wikipedia.org
Prima ancora, la felice disseminazione degli uomini sulla terra ha avuto inizio dal fallimento della costruzione della torre di Babele, dalla crisi delle lingue.
Nella Scrittura (Gen 11) si legge di uomini che volevano costruire un edificio che arrivasse fino al cielo. Il più visionario edificio dell’umanità.
Per generazioni furono muratori di una torre-montagna, poi Dio li salvò mandando loro il dono delle mille lingue diverse. Non una punizione ma veramente un dono.
Così si dispersero e abbandonarono l’impresa. Fallirono, ma in maniera grandiosa: la torre ha come esito non la conquista del cielo, ma la conquista della terra. La disseminazione quindi dell’umanità.
Impararono infatti che il cielo non si può scalare con impalcature e che per sfiorare il suo mistero ci vuole l’efficace umiltà della fede.
Impararono inoltre che per abitare la terra, per poter esistere come uomini è indispensabile la diversità, la benedizione della diversità delle lingue e quindi delle visioni del mondo, che è indispensabile all’uomo stesso affinché possa esistere.
Nacque dunque lungo quella montagna di mattoni, in un giorno di crisi, il nostro mondo plurale.
Una storia di inizi è celata anche nei salmi. I salmi sono pieni di canti, non c’è salmo, se cerchi, senza il verbo “cantare”, ma la sorpresa è l’emergere di una espressione rivelatrice, così diffusa da esserne assuefatti.
La formula è: un canto nuovo, una nuova canzone, una nuova melodia. «Cantate al Signore un canto nuovo» (Salmo 33,3). «Mi hai messo sulle labbra un canto nuovo» (Salmo 44,4). «Salvami e ti canterò un canto nuovo» (Salmo 144,7-9).
Quando un uomo esce dall’abisso ovviamente non ripete parole d’altri, non intona vecchie canzoni.
Uscire dal baratro è invece nascere. Ogni nascita è nuova, ogni salvezza regala vita nuova e allora anche il canto è nuovo, una melodia solo tua.
I salmi sono evidentemente pieni di rinascite e di nuovi inizi.
Spesso nella struttura dei salmi a un certo punto si incontra un vuoto, un salto, uno scatto e improvvisamente il lamento si muta in danza, il mantello del lutto in veste di gioia, Dio interviene.
Un punto bianco che si apre, inatteso e improvviso, nel cuore della sventura, come un’esperienza di risurrezione.
La Bibbia sembra perciò preferire storie di ricomposizione ai percorsi di integrità conservata. Ama vicende di ripartenze e ricominciamenti più che lo svolgimento lineare dei fatti.
Ciò che affascina è la capacità di Dio di rovesciare le situazioni: quando tutto sembra finito, al cuore del peggio la speranza apre le sue ali e sorge il nuovo.
Dai Magi a Saulo
Diego Velàzquez, Adorazione dei Magi, 1619, olio su tela, 203×125 cm, Museo del Prado, Madrid / it.wikipedia.org
Anche la vicenda dei Magi, riportata da Matteo, si svolge lungo le stesse direttrici. «Abbiamo visto la sua stella».
È apparso qualcosa di nuovo nel cielo e loro, lettori di stelle, rispondono tracciando sulla terra un percorso nuovo, dietro una piccola luce notturna che appare e dispare.
E fanno anche naufragio: perdono la stella, giungono nella città sbagliata, parlano del bambino con l’uccisore di bambini.
Ma poi sanno ricominciare: ripartono, escono dalla città e dai palazzi, e ritrovano la stella che cammina davanti a loro e traccia la strada.
E alla fine, dopo aver trovato il bambino in braccio a sua madre, ritornano al loro paese, ma per un’altra strada, ancora capaci di novità, pronti a inventare altri cammini.
Sono il modello dei credenti, detti “quelli della via” (Atti 9,2), inventori di strade e non semplici esecutori di ordini.
«Cercatore verace di Dio / è solo chi inciampa in una stella / e scambiando oro e incenso con un ridente cuore di bimbo / si smarrisce nel pulviscolo magico del deserto» (Davide Maria Montagna).
Marco Basaiti, La chiamata dei figli di Zebedeo, 1515 ca, olio su tavola, 386×265 cm, Gallerie dell’Accademia, Venezia / gallerieaccademia.it
Anche i primi quattro pescatori del lago hanno il coraggio degli inizi: lasciano tutto e seguono Gesù. Vanno con lui senza neppure chiedersi dove li condurrà. In piena incoscienza.
Lasciano così il piccolo cabotaggio delle rotte sul lago, per navigare lungo le mappe del mondo: lasciano il cortile di casa e cercano i confini della terra;
finite le contrattazioni al mercato di Cafarnao, imparano l’arte dell’incontro con mille uomini e donne, che tireranno fuori dal fondo dove credono di vivere e non vivono, mostrando loro che sono fatti per un altro sole, un altro respiro, un altro cielo.
Sono veri iniziatori di storia: scambiano le loro barche con un bastone di pellegrino, le reti piene di pesci con le parole lucenti di un giovane rabbì che ha il potere di risvegliare la vita.
Ma il più grande degli inizi, il primo dei ricominciamenti, si dipana in quell’alba di primavera, nel giardino appena fuori Gerusalemme,
dove le donne vanno a prendersi cura del corpo dell’amato, come sanno, con ciò che hanno: coraggio, affetto, e un vaso di profumo.
Andrea del Sarto, Noli me tangere, 1510, olio su tavola, 176×155 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze / it.wikipedia.org
Tra loro è Maria di Magdala, sempre nominata per prima tra le donne che seguono Gesù dalla Galilea (Luca 8,1-2) a Gerusalemme, la città che uccide i profeti, dove lei presidierà, senza arretrare di un millimetro, quel piccolo perimetro di terra attorno alla croce.
Alle prime luci del primo giorno della settimana, Maddalena esce di casa e va verso la tomba. In lei e nelle altre donne il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita: l’audacia di un amore che non si arrende obbligherà il Dio della vita a inventare risurrezioni.
Quella donna, prima abitata da sette demoni, adesso parla con gli angeli; la pietra scartata è diventata testimone per i testimoni.
La straordinaria storia di capovolgimenti che attraversa tutta la Bibbia, racconta storie di ricomposizione più che di perfezione.
La Bibbia sembra infatti preferire vicende di guarigioni e di infinite riprese, a storie lineari di salute, di santità, di fedeltà senza cedimenti.
Racconta che le pietre scartate sembrano servirgli meglio tra le mani. Quel Dio che rifà nuove tutte le cose (Ap 1,25) non cerca come collaboratori uomini e donne perfetti, ma persone vere, coraggiose e senza maschere.
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Conversione di Saulo, 1601, dipinto a olio su tela, 230×175 cm, Cappella Cerasi, Basilica di Santa Maria del Popolo, Roma / it.wikipedia.org
Altro grande iniziatore è quel giovane fariseo sanguigno, Saulo di Tarso, discepolo di Gamaliele, cacciatore di cristiani.
In quel giorno di Damasco, drammatico e felice, quando è abbagliato da un sole che gli entra negli occhi, e brucia nel cuore e nella mente,
tutto cambia davvero, e il giovane fariseo inizia a “pensare in altra luce”.
Saulo, dal nome guerriero, diventa così Paolo, il piccolo; il torturatore diventa il più grande diffusore del cristianesimo.
Di una energia sbalorditiva: tre volte battuto con le verghe, tre volte naufrago, una volta lapidato e lasciato come morto (2 Cor 11,25).
Si apre per lui qualcosa che occhio non vide mai, che orecchio non udì mai, una visione totalmente nuova: in effetti «non c’è più né Giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo» (Gal 3,28).
La verità è un cammino
«L’inizio della vita, per me, è la fine, e la fine, per me, l’inizio» (Simeone il Nuovo Teologo, Inni 42, SC 196).
Le storie che racconta il Libro quindi non sono mai storie lineari di perfezione, ma di sabbie mobili, di rocce accidentate, e fatti non di rado perfino amorali.
Non racconta l’ideale, ma ci mostra come nel reale possiamo ricominciare e fare la differenza.
La Bibbia è infinita anche per questo, non racconta la storia patinata che si stampa sulle facciate dei palazzi, delle fortezze, dei templi ma una storia degli interstizi.
Storia non fondata sulle apparenze possenti, ma sulle fessure e sui punti deboli. Non sono per la verità personaggi infallibili, ma pieni di fragilità e di coraggio, ed è una buona notizia per noi.
E Dio sembra ripetutamente preferire storie di ricomposizioni a storie infrangibili. Sono davvero racconti generativi di novità.
Vivere è l’infinita pazienza di ricominciare. La pazienza non è debolezza, ma la virtù di vivere l’incompiuto in noi.
La Bibbia racconta storie per farci entrare nella realtà con sguardi disarmati, coraggiosi e pazienti: perché non offrono verità oggettive o imperativi, ma vicende che si dischiudono pian piano, liberandoci dal pensiero ripetitivo, sotto il vento e il sole dello Spirito.
Donandoci il coraggio di sciogliere le vele (2 Tim 4,6) e di salpare verso terre nuove. Con la fede non mancherà mai il Vento al mio veliero.
Ermes Ronchi (biblista), «Un infinito ricominciare», in “Luoghi dell’Infinito”, gennaio 2022, n. 268, pp. 9-15.
Foto di apertura: Michelangelo Merisi da Caravaggio, Sacrificio di Isacco, 1603, olio su tela, 104,0×135,0 cm. Galleria degli Uffizi, Firenze / artribune.com
Di Gianni Celati morto a Brighton nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso, molto si è scritto e molto si scriverà, per fortuna.
Ma non sarà tuttavia facile riassumere la sua vita e le sue opere in un solo paragrafo di Wikipedia, perché il recensito ha, spesso e volentieri, disorientato lettori e aspiranti biografi,
piuttosto abile a far perdere le sue tracce anche in quel mondo accademico che pure è stato il suo habitat naturale per molti anni (al Dams di Bologna dal 1973 all’84, tuttavia ha insegnato anche in molti altri atenei, tra cui Caen e Providence) complicando la vita ad allievi ed epigoni.
Ai posteri ha lasciato sorprendentemente soprattutto una selva intricata di scritture e riscritture degli stessi testi, esplorazioni a ruota libera di generi diversi sovrapposti o mescolati insieme;
inoltre romanzi picareschi intessuti di metafisica, e anche visioni surreali suggerite dalla Musa podalica che condivideva con il poeta Valentino Zeichen (ovvero, la necessità di camminare a lungo prima di scrivere un libro).
Sempre accuratamente rifuggendo tuttavia da scuderie, corporazioni e manifesti letterari, dichiarazioni di intenti, avanguardie, retroguardie, impalcature strutturaliste di breve respiro, scegliendo invece di essere fedele a quella che chiamava la sua amata “critica irrazionale”.
Gli elenchi di libri servono a poco, trattandosi di Celati, raccontano poco di lui, a parte i titoli che ci danno perlomeno un assaggio dei temi a lui più congeniali:
da Narratori delle pianure (Feltrinelli, 1985) a Costumi degli italiani (uno e due, entrambi editi da Quodlibet) senza dimenticare Recita dell’attore Attilio Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto (Feltrinelli, 1996) e le tante (bellissime) traduzioni da Melville e Swift e il più recente Conversazioni del vento volatore (Quodlibet, 2011).
Verosimilmente l’immagine che meglio descrive il suo avatar da saltimbanco delle parole è il vestito da cappellaio matto che scelse di indossare nel 1976 a Bologna, durante uno spettacolo di teatro di strada
(o verosimilmente sarebbe meglio chiamarlo un flash mob ante litteram) dedicato ad Alice nel paese delle meraviglie, testo letto integralmente l’anno seguente con i suoi studenti.
Un capolavoro di metodica follia che ben racconta il suo terrore di restare imprigionato in un ruolo, di farsi imbalsamare nell’organigramma di un’istituzione, “musealizzato” già in vita.
La paura di finire dentro la trappola dell’“archeologia istantanea”, malattia endemica nella nostra epoca, tanto impegnata a celebrare sempre e solo se stessa da non essere più capace di valutare e cestinare niente.
Anche le leggendarie, lunghissime telefonate che scambiava con Calvino, appuntamento abituale per entrambi, ci parlano di questa fobia; erano infatti telefonate, non lettere, “parole in volo” espressamente al fine di evitare la futura imbalsamazione filologica di un normale dialogo tra amici.
Scripta manent non è sempre dunque un destino da augurare ai propri testi, e lo scrittore ferrarese di questo era ben consapevole.
Il 2021, poi con le sue mille celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante ha fatto affiorare anche un Gianni Celati sconosciuto ai più, legato all’Alighieri da un rapporto che assomiglia più all’amicizia che ad una generica ammirazione.
«Dante – scrive Celati – è sempre stato come un fantasma che mi sussurra “Pensa all’aldilà e vedrai come si immaginano meglio le cose!”».
Non a caso Peter Kuon nel suo saggio sulle riscritture novecentesche della Commedia, Sulle spalle di Gerione (Roma, Carocci editore, 2021, pagine 294, euro 29) cita Celati due volte:
il suo Lunario del paradiso (dove un io dantesco narra le sue avventure giovanili, in compagnia di una Beatrice superba e inaccessibile, un Virgilio chiacchierone e poco affidabile, un paradiso terrestre ambientato nella periferia di Amburgo)
e Garbetto detective, uno strano racconto che suona adesso come un testamento involontario, ambientato in un hinterland lombardo desolato e desolante, punteggiato di discariche, impantanato nel traffico.
«La tangenziale ovest al tramonto – si legge inoltre in uno dei passi più belli del testo – con le alte lampade ad arco giallo, era un panorama infernale in piena regola.
Mi chiedevo come li avrebbe sistemati Dante, nel suo inferno, i nostri dannati moderni. Verosimilmente li avrebbe trasformati in bestie chimeriche, con i corpi saldati alle loro vetture, e costretti per l’eternità a guidare insultandosi l’un con l’altro al fine di superarsi inutilmente».
In fondo, «ci vuole una preparazione perfetta per essere sbadati e incoerenti» (copyright Davide Bregola, nella sua Passeggiata con uno scrittore incantato).
«Le opere di Celati – scriveva Bregola, prima di sapere che le sue parole avrebbero avuto il tono di un obituary – ritornano ciclicamente nella mia testa in modo carsico. Quando ricompare Celati prendo i libri e leggo.
In questo momento sto leggendo saggi degli anni Settanta in cui l’autore parla principalmente di mimi, teatro, voce, giullari e trobadori. A cosa mi serviranno? Serviranno per tenere un tono di scrittura, serviranno per portare l’immaginazione più in là di questo sguardo limitato dalla contingenza, dai tempi, dall’ascendente che hanno i media nella mente.
Serviranno per essere più consapevole dei miei limiti di pensiero. Oppure non serviranno a nulla, ma quel nulla sarà comunque interessante».
Silvia Guidi, «Il cappellaio matto della letteratura italiana. Un ricordo di Gianni Celati», in “L’Osservatore Romano”, martedì 4 gennaio 2022, p. II.
Adesso una foto ad altissima definizione svela anche nei minimi particolari uno dei capolavori di Rembrandt, Ronda di notte (1640-1642), custodito attualmente al Rijksmuseum di Amsterdam.
Questo lunedì 3 gennaio ha messo on-line quella che ha definito senza ombra di dubbio «la fotografia più dettagliata di un’opera d’arte» mai realizzata, messa adesso a disposizione di esperti e del grande pubblico.
La foto, da 717 gigapixel, consente infatti agli utenti dapprima di zoomare sul capitano Francs Bannick Cocq e poi di vedere anche le più piccole pennellate in bianco con cui il maestro olandese diede vita allo sguardo del personaggio principale del dipinto.
La tela misura 379,5 per 453,5 centimetri e ogni pixel dell’immagine rappresenta 0,005 millimetri quadrati.
Il nuovo scatto oltretutto aiuterà gli esperti a valutare, su una base scientifica ancora più solida e aggiornata, il suo processo di invecchiamento nel tempo.
Il dipinto, che raffigura una compagnia di milizia civile di Amsterdam, costituisce in effetti un’esemplare dimostrazione dell’alta maestria dell’artista nell’uso della luce
non solo in rapporto alle peculiari caratteristiche della composizione, ma anche in funzione della creazione di una scena dinamica e movimentata, affollata di personaggi. Una scena che presenta oltretutto chiari echi caravaggeschi.
Il quadro – caratterizzato anzitutto da pennellate libere e vibranti che gli conferiscono uno spiccato effetto materico, quasi grumoso – ha subito inoltre numerosi restauri nel corso della sua storia ed è stato posto sull’attuale telaio di legno nel 1975.
Restauri resi purtroppo necessari anche da atti vandalici, il più grave dei quali, per mano di un folle, inflisse alla tela ben tredici squarci.
La Ronda di notte fa parte di un ciclo di sei grandi tele che furono commissionate a vari artisti di Amsterdam al fine di celebrare, in chiave pittorica, l’ingresso in città di Maria de’ Medici, regina di Francia.
Gabriele Nicolò, «Rembrandt e la foto», in “L’Osservatore Romano”, martedì 4 gennaio 2022, p. II.
Foto: Rembrandt Harmenszoon van Rijn, “Ronda di notte” ora finalmente visibile in digitale con risoluzione di 717 Gigapixel / fotografidigitali.it
I suoi amici lo chiamano affettuosamente Formichino per la sua paziente, meticolosa, instancabile e diligente attività. E non si può dar loro torto perché costruita pezzo a pezzo in oltre dieci anni di serio impegno professionale, la fama di Krzysztof Zanussi è ormai pari a quella di Andrzej Wajda sulla scena del cinema polacco.
Di Zanussi sta per arrivare in Italia Constans, Premio speciale della giuria e Premio Ecumenico all’ultimo Festival di Cannes, un’ora e quaranta, interpretato da Tadeusz Bradecki nel ruolo di Witold, il protagonista, («non si può interpretare il suo personaggio senza essere un puro di cuore» ha detto Zanussi), Zofia Mrozowska e Malgorzata Zajaczowska.
Assunto da un’azienda che organizza mostre ed esposizioni per il commercio estero, Witold si trasferisce successivamente in India, dove viene a contatto con un’altra civiltà.
Qui, in un ambiente mistico e fatalista all’insieme, Wintold è subito turbato da vecchi interrogativi che ora lo assillano ancor più intensamente: la morte di suo padre, perito durante una spedizione alpinistica, e quella di suo nonno, vittima di un bombardamento durante la guerra, sono state pure casualità ovvero debbono essere considerate come delitti del destino?
Una degenza di sua madre in ospedale e i traffici poco puliti dei colleghi gli fanno scoprire l’indifferenza, l’egoismo, la corruzione.
Subito dopo, la morte della madre lo getta nella disperazione. In piena crisi («non so più che cosa sia buono e che cosa sia cattivo»), Witold segue tuttavia la sua tendenza naturale: quella di una intransigente onestà.
Rimosso dal suo incarico a causa dell’ostilità dei colleghi, Witold deve rinunciare anche a un suo vecchio sogno: scalare le vette dell’Himalaya.
Dopo aver perso tutto a causa della fedeltà a se stesso e ai suoi principi morali, Wiltod ritrova infine la serenità frequentando un corso di matematica e sposando un’infermiera che gli ricorda tanto sua madre.
Al docente del corso che gli chiede: «Crede che il mondo potrà cambiare se con lei potrà contare su una persona giusta in più?», Witold risponde: «Sì, purché si tratti di un vero giusto».
Alla moglie confessa inoltre il suo unico timore, che anche lei possa cambiare, che ognuno di noi perda la sua integrità morale, la sua onestà, la sua trasparenza.
«Il resto è scritto dal destino» aggiunge WitoId, «ma non bisogna temere il destino perché il destino può essere previsto e le cose che possono essere previste non presentano alcun mistero».
In Constans si ritrovano inoltre tutti i temi ricorrenti del cinema di Zanussi: il conflitto individuo-società, la ricerca dell’assoluto, il contributo che la scienza correttamente intesa e applicata può dare per migliorare la qualità della vita, l’ansia del futuro e le incertezze esistenziali fugate dalla sicurezza nei valori della persona umana.
In polacco «constans» significa tanto «costante» (termine scientifico che trova applicazione nel calcolo delle probabilità) quanto «costanza», fermezza d’animo, fedeltà, perseveranza.
Zanussi, matematico per formazione, poeta e moralista per temperamento, riunisce in questo gioco di parole due dei suoi principali interessi: la scienza e la morale, che per Witold rappresentano i due strumenti che gli consentono di respingere le angosce della fatalità, del destino, e di trovare il vero senso della vita.
Ma le certezze di Witold non coincidono con quelle di Zanussi, che nel finale del film propone allo spettatore un nuovo e inquietante interrogativo: la vita può essere ridotta a una specie di equazione? E allo stesso modo si può credere ciecamente che il bene produca soltanto ed esclusivamente il bene?
Risposta tutt’altro che semplice, che si apre a discussioni filosofiche, teologiche e morali non indifferenti, che rappresentano il terreno preferito del cinema di Zanussi.
Già in Mimetismo questo conflitto si manifestava fra due insegnanti, il cinico e l’incorruttibile, e Zanussi traduceva l’insegnamento evangelico «non giudicate» invitando l’uomo ad aprirsi nei confronti dell’«errante» perché il bene può nascere soprattutto dall’incontro e dal dialogo.
In Constans, Zanussi va ancora più in là. Witold è l’eroe positivo per eccellenza, un personaggio che sembra riesumato da certi film sovietici del periodo staliniano.
L’ultima scena di Constans è quella di un eroe sconfitto, vinto dal destino che voleva annientare, quando il bambino che correva dietro al pallone è stato investito dalla trave che Wintold ha fatto cadere nel corso di un lavoro di demolizione.
Wintold aveva di fatto previsto e calcolato tutto tranne quell’incidente. La bomba che aveva ucciso suo nonno, il masso che aveva ucciso suo padre erano dopotutto incidenti prevedibili, mentre quella trave e quel pallone rivelano la presenza dell’imponderabile.
L’interrogativo che ne consegue è inquietante. Se Wintold fosse stato meno onesto, se avesse conservato il suo posto, in quel giorno e in quel momento non si sarebbe trovato in quel luogo ad abbattere la facciata di un immobile. E forse quel ragazzo sarebbe ancora vivo.
Anche i giusti possono essere loro malgrado portatori di morte, così come le persone disoneste possono invece fare del bene (è il caso infatti di un superiore di Wintold, arricchitosi con profitti illeciti, che aveva acquistato medicinali per una donna anziana e gravemente ammalata).
Viene allora in mente il Vangelo di Luca e la parabola del fattore infedele: «Procuratevi amici con l’iniqua ricchezza perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne». (Capitolo 16 – versetto 9).
Un «paradosso» morale che Zanussi propone quasi con gusto «provocatorio» (le stesse antinomie fra pensiero e azione si riflettevano appunto attraverso il motivo di fondo di Mimetismo) ma che in realtà sottende una più complessa serie di questioni etiche in relazione al comportamento dell’uomo verso se stesso, verso il suo prossimo, verso la società tutta.
Enzo Natta, «Le “provocazioni” di Zanussi», in “L’Osservatore Romano” mercoledì, 26 novembre 1980, p. 6.
Foto: Locandina del film Constans di Zanussi / nientepopcorn.it
Luca è l’unico evangelista che presenti l’Ascensione sotto forma di racconto. Addirittura fornisce due racconti: uno al termine del Vangelo che porta il suo nome, l’altro all’inizio degli Atti degli Apostoli.
A prima vista, il racconto scorre fluido, ma quando si considerano tutti i particolari si comincia a provare un certo imbarazzo:
sembra piuttosto inverosimile che Gesù si sia comportato come un astronauta che si stacca dal suolo, s’innalza verso il cielo e scompare oltre le nubi;
ma soprattutto tra i due racconti ci sono alcune incongruenze difficili da spiegare.
Alla fine del vangelo che porta il suo nome, Luca afferma che il Risorto condusse i suoi discepoli verso Betania e «mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia» (Lc 24,50-53).
Lasciamo perdere la strana annotazione sulla «grande gioia» (chi di noi è felice quando un amico parte?) e il disaccordo sulla località (Betania è un po’ fuori mano rispetto al monte degli Ulivi).
Ciò che sorprende è la palese divergenza sulla data: secondo Lc 24 l’Ascensione avviene la sera stessa di Pasqua, mentre negli Atti è collocata quaranta giorni dopo (At 1,3). Stupisce che lo stesso autore fornisca due informazioni contrastanti.
Se prendiamo per buona la seconda versione (quella dei quaranta giorni) viene spontaneo chiedersi: cosa ha fatto Gesù durante questo tempo? Sul Calvario non aveva promesso al ladrone: Oggi sarai con me in paradiso? Perché non è vi andato subito?
Le difficoltà elencate sono sufficienti per metterci in guardia: forse l’intenzione di Luca non è quella di informarci su dove, come e quando Gesù è salito al cielo.
Forse (anzi, senza forse!) la sua preoccupazione è un’altra: vuole rispondere a problemi e sciogliere dubbi che sono sorti nelle sue comunità, vuole illuminare i cristiani del suo tempo sul mistero ineffabile della Pasqua.
Per questo compone una pagina di teologia utilizzando un genere letterario e delle immagini ben comprensibili ai suoi contemporanei. Il primo passo da compiere dunque è quello di comprendere il linguaggio impiegato.
Al tempo di Gesù l’attesa del regno di Dio è vivissima e gli scrittori apocalittici la annunciano come imminente. Si attendono: un diluvio di fuoco purificatore dal cielo, la risurrezione dei giusti e l’inizio di un mondo nuovo.
Anche nella mente di alcuni discepoli si crea un clima di esaltazione, alimentata da alcune espressioni di Gesù che possono facilmente essere fraintese: «Non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo» (Mt 10,23); «Vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno al Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16,28).
Con la morte del Maestro, però, tutte le speranze vengono deluse: «Noi speravamo che egli sarebbe stato quello che avrebbe liberato Israele» – diranno i due di Emmaus (Lc 24,21).
La risurrezione risveglia le attese: si diffonde fra i discepoli la convinzione di un immediato ritorno di Cristo. Alcuni fanatici, basandosi su presunte rivelazioni, cominciano addirittura ad annunciarne la data. In tutte le comunità si ripete l’invocazione: «Marana tha», vieni Signore!
Gli anni passano, ma il Signore non viene. Molti cominciano a ironizzare: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione» (1 Pt 3,4).
Luca scrive in questa situazione di crisi. Si rende conto che un equivoco sta all’origine della cocente delusione dei cristiani: la risurrezione di Gesù ha segnato sì l’inizio del regno di Dio, ma non la conclusione della storia.
La costruzione del mondo nuovo è soltanto iniziata, richiederà tempi lunghi e tanto impegno da parte dei discepoli.
Come correggere le false attese? Luca introduce nella prima pagina del libro degli Atti un dialogo fra Gesù e gli apostoli. Consideriamo la domanda che questi pongono: quando giungerà il regno di Dio? (v. 6). È la stessa che, alla fine del primo secolo, tutti i cristiani vorrebbero rivolgere al Maestro.
La risposta del Risorto, più che ai Dodici, è diretta ai membri delle comunità di Luca: smettetela di disquisire sui tempi e sui momenti della fine del mondo, questi sono conosciuti solo dal Padre.
Impegnatevi piuttosto a portare a compimento la missione che vi è stata affidata: essere miei testimoni «a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (vv. 7-8)!
A questo dialogo fa seguito la scena dell’Ascensione (vv. 9-11). Gesù e i discepoli sono seduti a mensa (At 1,4), in casa dunque.
Perché non si sono salutati lì, dopo aver cenato? Che bisogno c’era di andare verso il monte degli Ulivi? E gli altri particolari: la nube, gli sguardi rivolti verso il cielo, i due uomini in bianche vesti sono annotazioni di cronaca o artifici letterari?
Nell’Antico Testamento c’è un racconto che assomiglia molto al nostro: si tratta del «rapimento» di Elia (2 Re 2,9-15).
Un giorno questo grande profeta si trova presso il fiume Giordano con il suo discepolo Eliseo. Questi, saputo che il maestro sta per lasciarlo, osa chiedergli in eredità due terzi del suo spirito. Elia glieli promette, ma solo a una condizione: se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te.
All’improvviso, appare un carro con cavalli di fuoco e, mentre Eliseo guarda verso il cielo, Elia viene rapito in un turbine. Da quel momento Eliseo riceve lo spirito del maestro ed è abilitato a continuarne la missione in questo mondo.
Il libro dei Re racconterà poi le opere di Eliseo: sono le stesse che ha compiuto Elia.
Facile rilevare gli elementi comuni con il racconto degli Atti e allora la conclusione non può essere che questa:
Luca si è servito della scenografia grandiosa e solenne del rapimento di Elia per esprimere una realtà che non può essere verificata con i sensi né descritta adeguatamente con parole: la Pasqua di Gesù, la sua risurrezione e la sua entrata nella gloria del Padre.
La nube, nell’Antico Testamento, indica la presenza di Dio in un certo luogo (Es 13,22). Luca la impiega per affermare che Gesù, lo sconfitto, la pietra scartata dai costruttori, colui i nemici avrebbero voluto che rimanesse per sempre prigioniero della morte, è stato invece accolto da Dio e proclamato Signore.
I due uomini vestiti di bianco sono gli stessi che compaiono presso il sepolcro nel giorno di Pasqua (Lc 24,4). Il colore bianco rappresenta, secondo la simbologia biblica, il mondo di Dio. Le parole poste sulla bocca dei due uomini sono la spiegazione data da Dio agli avvenimenti della Pasqua:
Gesù, il Servo fedele, messo a morte dagli uomini, è stato glorificato. Le loro parole sono veritiere (essendo due, sono testimoni degni di fede).
Lo sguardo rivolto al cielo. Come Eliseo, anche gli apostoli e i cristiani del tempo di Luca rimangono a contemplare il Maestro che si allontana.
Il loro sguardo indica la speranza di un suo immediato ritorno, il desiderio che, dopo un breve intervallo, egli riprenda l’opera interrotta.
Ma la voce dal cielo chiarisce: non sarà lui a portarla a compimento, sarete voi. Lo farete, siete abilitati a farlo perché avete trascorso con lui quaranta giorni (nel linguaggio del giudaismo era il tempo necessario alla preparazione del discepolo) e ne avete ricevuto lo Spirito.
Per gli apostoli, come per Eliseo, l’immagine del «rapimento del Maestro» indica il passaggio di consegne.
Già al tempo di Luca c’erano cristiani che «guardavano al cielo», cioè, che consideravano la religione come un’evasione, non come uno stimolo a impegnarsi concretamente per migliorare la vita degli uomini.
Ad essi Dio dice «smettetela di guardare il cielo», è sulla terra che dovete dar prova dell’autenticità della vostra fede. Gesù tornerà, sì, ma questa speranza non deve essere una ragione per estraniarvi dai problemi questo mondo. Beati saranno infatti quei servi che il Signore, ritornando, troverà impegnati nel lavoro per i fratelli (Lc 12,37).
Gesù è dunque salito al cielo? Certo che sì, ma dire che è asceso al cielo equivale a dire: è risorto, è stato glorificato, è entrato nella gloria di Dio.
Il suo corpo, è vero, è stato posto nel sepolcro, ma Dio non ha avuto bisogno degli atomi del suo cadavere, per dargli quel «corpo da risorto» che Paolo chiama: «Corpo spirituale» (1 Cor 15,35-50).
Quaranta giorni dopo la Pasqua non si è verificato alcun spostamento nello spazio, nessun «rapimento» dal monte degli Ulivi verso il cielo. L’Ascensione è avvenuta nell’istante stesso della morte, anche se i discepoli hanno cominciato a capire e a credere solo a partire dal «terzo giorno».
In conclusione, il racconto di Luca è una pagina di teologia, non il reportage di un cronista.
In questa pagina egli vuole dirci che Gesù ha attraversato per primo il «velo del tempio» che separava il mondo degli uomini da quello di Dio e ha mostrato come tutto ciò che accade sulla terra: successi e disavventure, ingiustizie, sofferenze e persino i fatti più assurdi, come una morte ignominiosa, non sfuggono al progetto di Dio.
L’Ascensione di Gesù è tutto questo. Allora non ci si deve meravigliare che sia stata salutata dagli apostoli con gioia grande (Lc 24,52).
Fernando Armellini, «Ascoltarti è una festa». Anno C. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2003, pp. 265-269.
Foto: Affresco dell’Ascensione, Soffitto della Chiesa di Santa Maria ai Monti, Roma / pl.wikipedia.org
È stato il sì di quella “donna” libera a salvare l’umanità. Il sì della madre di Dio.
«Ci insegnava ad attribuire più importanza al nostro parentado spirituale che non a quello carnale.
Ci insegnava a ritenere beata la gente, non per vincoli di parentela o di sangue che vanta con persone giuste e sante, ma perché, attraverso l’obbedienza e l’imitazione, si adeguano al loro insegnamento e alla loro condotta.
Proprio come Maria, la quale, se fu beata per aver concepito il corpo di Cristo, lo fu maggiormente per aver accettato la fede nel Cristo» (Sant’Agostino, Sulla verginità, 3,3).
Lei, la madre di Dio, è anzitutto l’ascoltatrice della “Parola ” per eccellenza, è colei che agisce e opera santamente in forza dell’ascolto.
Infatti all’altra donna che di mezzo alla folla urlando dice al Figlio: «Beato il grembo che ti ha portato», Cristo invece risponde: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc, 11,27-28).
Tant’è che alcuni parenti biologici di Gesù: «Non credettero in lui. A costoro dunque cosa giovò la parentela che li univa a Cristo? E così anche per Maria: di nessun valore sarebbe per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore». (Sant’Agostino, Sulla verginità, 3,3).
Da una piccola borgata di agricoltori della Galilea, Nazaret, Maria, la donna del silenzio, diventa perciò nella storia dell’umanità colei che porta e offre Gesù al mondo. A tutto il mondo.
«I pastori si affrettano: infatti non si può cercare Cristo pigramente. I pastori hanno creduto. Si affrettano pertanto per vedere la Parola. Vedendo infatti la carne del Signore, si vede la Parola, cioè il Figlio.
Non ti sembri dunque di poca importanza questa testimonianza della fede, né ti sembri spregevole la figura dei pastori: quanto essa è più meschina per l’umana sapienza, tanto più è preziosa per la fede» (Sant’Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca).
E a questo riguardo prosegue sant’Ambrogio:
«Il Signore ha cercato per sé non i ginnasi brulicanti di sapienti, bensì il popolo semplice, incapace di fare la frangia alla verità ascoltata, o di contraffarla; egli cerca il candore, non vuole l’ambizione.
Riconosciamo perciò la verecondia della Vergine santa, che, intemerata nel corpo non meno che nelle parole, meditava nel suo cuore gli argomenti di fede».
Tuttavia la verecondia, questa bella sconosciuta, che certamente per la madre di Dio è un caposaldo del suo stile di vita, perché non può esserlo anche per la donna odierna?
Perché invece la spasmodica e predominante esibizione mediatica del proprio corpo?
Siccome il corpo è tempio dello Spirito santo, non è perciò il passepartout che spalanca le porte all’ambiziosa carriera. Perché è lo stile di vita proposto e vissuto dalla donna di Galilea il vero prototipo di ogni donna.
«Era Madre di Dio, ma apparteneva alla stessa pasta di cui siamo fatti noi» (Esichio di Gerusalemme, Omelie sull’Ipapante, 1,7-8).
Pertanto non è guardando o plasmandosi in guise provenienti dal mondo maschile che la donna trova la dignità.
La madre del Signore è quindi vanto della terra, fiore della terra, dignità della terra.
«Per “faccia della terra”, cioè “splendore della terra” molto giustamente s’intende la madre del Signore, la Vergine Maria, irrigata dallo Spirito Santo, che nel Vangelo è indicato esplicitamente con nome di “sorgente” e di acqua, affinché fosse – per così dire – plasmato dal fango di tal genere l’Uomo
che fu stabilito nel paradiso per ivi lavorare e custodirlo, che cioè fu stabilito nella volontà del Padre per adempierla e osservarla». (Sant’Agostino, La genesi difesa contro i manichei, 1,24-37).
Allora l’incipit di un nuovo anno civile diventa tale – fuori da ogni tentennamento o scoraggiamento – se ci facciamo “plasmare ” e autenticamente instradare nella corsia preferenziale di colei che partorì la “Verità”, in ogni modo l’unica donna, capace di armonizzare amore e pace nella pienezza del tempo.
«La prima donna conobbe l’arte di tessere gli abiti che noi vediamo, per coprire con essi la visibile nudità dei corpi. La seconda, cioè la Madre di Dio, mostrò tale sapienza ed esperienza nell’arte della tessitura che con la lana dell’Agnello da lei generato rivestì tutti i credenti con vesti di incorruttibilità» (Nilo di Ancira, Lettere, 1,267).
Il ricordo di Maria Santissima Madre di Dio – della quale il 1° gennaio si celebra la solennità – diventa quindi un invito a migliorare qualitativamente il rapporto in primis con Lei e di conseguenza con il Figlio e quindi con il mondo circostante, secondo tutti gli ambiti e declinazioni sociali e umani.
«Maria non aveva dubitato, ma aveva creduto e perciò aveva conseguito il frutto della fede.
Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio;
non perché la voce dell’uomo gli possa aggiungere qualcosa, ma perché egli è magnificato in noi». (Sant’Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca, 2,26-27).
Lei, la Madre di Dio, che è modello, “l’identikit” di permanente virtù, continuerà pertanto a essere fonte ispiratrice di perfezione per donne e uomini anche perché nessuno al mondo detiene il monopolio.
«La madre lo ha portato nel seno, noi portiamolo nel cuore. La Vergine era gravida del Cristo fatto carne, i nostri cuori lo siano della fede in Cristo. La Vergine ha partorito il Salvatore, noi partoriamo la lode.
Non siamo perciò sterili, ma siamo fecondi di Dio» (Sant’Agostino, Discorsi, 189,3)
Roberto Cutaia, «Modello di perfezione», in “L’Osservatore Romano”, lunedì 3 gennaio 2022, p. 10.
Foto: Madonna col Bambino, posta sull’altare maggiore della chiesa del convento di Santa Maria Assunta, sito nei pressi di Bigorio, frazione di Capriasca (Lugano) / bigorio.ch